…e uno dei responsabili di tutto questo se ne va allo stadio.
…e uno dei responsabili di tutto questo se ne va allo stadio.
C’è qualcosa che non torna. E ciò mi irrita alquanto.
1 giugno, Pontida, profondo nord. Umberto Bossi, ministro delle Riforme.
«O si fa il federalismo o si muore».
«Ci sono centinaia di migliaia di uomini, forse milioni, disposti a lanciarsi nella mischia per conquistare la libertà contro il centralismo italiano».
«Vogliamo percorrere la via pacifica alle riforme e sappiamo bene che l’alternativa sarebbe solo una sollevazione popolare».
«Ma guai a cercare di ingannarci: nell’ombra i nostri si stanno preparando. Anzi, sono già pronti a balzare fuori per conquistarsi con le proprie mani la civiltà. Non vogliamo più subire il federalismo. Lo faremo. Oppure sarete voi a farlo, nelle piazze».
«Rimpiangeranno di non averci dato quello che chiedevamo».
«Oggi dovete avere coscienza del fatto che la libertà della Padania arriverà. Un giorno quando saremo liberi potremo spiegare ai nostri figli che eravamo stati schiavi. Ma Dio non ci ha creati schiavi di Roma, siamo nati liberi e quindi torneremo ad esserlo».
«Roma ladrona la Lega non perdona».
«Preparatevi: se sarò in difficoltà basterà un cenno e dovrete venire a centinaia di migliaia, incazzati neri, per far sapere al Parlamento qual è davvero la volontà popolare».
2 giugno, Roma, profondo centro. Giorgio Napolitano, presidente della Repubblica.
«Su quali basi un rinnovato sforzo della nostra comunità nazionale debba poggiare, lo dicono i principi e gli indirizzi della Costituzione che la Repubblica si diede sessant’anni fa, in meno di due anni dal referendum e dalle elezioni del giugno 1946. Ma non posso tacere la mia preoccupazione, in questo momento, per il crescere di fenomeni che costituiscono invece la negazione dei principi e valori costituzionali: fenomeni di intolleranza e di violenza di qualsiasi specie, violenza contro la sicurezza dei cittadini, le loro vite e i loro beni, intolleranza e violenza contro lo straniero, intolleranza e violenza politica, insofferenza e ribellismo verso legittime decisioni dello Stato democratico».
«Chiedo a quanti, cittadini e istituzioni, condividano questa preoccupazione, di fare la loro parte nell’interesse generale, per fermare ogni rischio di regressione civile in questa nostra Italia, che sente sempre vive le sue più profonde tradizioni storiche e radici umanistiche. Costruiamo insieme un costume di rispetto reciproco, nella libertà e nella legalità, mettiamo a frutto le grandi risorse di generosità e dinamismo che l’Italia mostra di possedere».
«L’Italia avrebbe bisogno di un forte impegno e slancio comune» per far «rinascere il Paese in un clima di libertà, attraverso uno sforzo straordinario di solidarietà e unità».
«Non possiamo permetterci di fare un passo indietro».
«L’Italia, divenuta un Paese altamente sviluppato avrebbe bisogno di uno sforzo simile, per la complessità dei problemi che sono dinanzi alla società e allo Stato, in un mondo profondamente mutato».
«Riuscimmo in quegli anni lontani a risalire dall’abisso della guerra voluta dal fascismo e a guadagnare il nostro posto tra le democrazie occidentali».
Ps: Chi si è perso lo spot elettorale della Lega Nord per le elezioni politiche 2008?
I media rispettino il popolo ROM
21 maggio 2008
Negli ultimi giorni abbiamo assistito a una forte campagna politica e d’informazione riguardante il tema dell’immigrazione. Siamo rimasti molto impressionati per i toni e i contenuti di molti servizi giornalistici, riguardanti specialmente il popolo rom. Troppo spesso nei titoli, negli articoli, nei servizi i rom in quanto tali – come popolo – sono stati indicati come pericolosi, violenti, legati alla criminalità, fonte di problemi per la nostra società.
Purtroppo l’enfasi e le distorsioni di questo ultimo periodo sono solo l’epilogo di un processo che va avanti da anni, con il mondo dell’informazione e la politica inclini a offrire un capro espiatorio al malessere italiano.
Singoli episodi di cronaca nera sono stati enfatizzati e attribuiti a un intero popolo; vecchi e assurdi stereotipi sono stati riproposti senza alcuno spirito critico e senza un’analisi reale dei fatti. Il popolo rom è storicamente soggetto, in tutta Europa, a discriminazione ed emarginazione, e il nostro Paese è stato più volte criticato dagli organismi internazionali per la sua incapacità di tutelare la minoranza rom e di garantire a tutti i diritti civili sanciti dalla Costituzione italiana, dalla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali e dalla Dichiarazione universale dei diritti umani.
Siamo molto preoccupati, perché i mezzi di informazione rischiano di svolgere un ruolo attivo nel fomentare diffidenza e xenofobia sia verso i rom sia verso gli stranieri residenti nel nostro Paese. Alcuni lo stanno già facendo, a volte con modalità inquietanti che evocano le prime pagine dei quotidiani italiani degli anni Trenta, quando si costruiva il “nemico” – ebrei, zingari, dissidenti… – preparando il terreno culturale che ha permesso le leggi razziali del 1938 e l’uccisione di centinaia di migliaia di rom nei campi di sterminio nazisti.
Invitiamo i colleghi giornalisti allo scrupoloso rispetto delle regole deontologiche e alla massima attenzione affinché non si ripetano episodi di discriminazione. Chiediamo all’Ordine dei giornalisti di rivolgere un analogo invito a tutta la categoria. Ai cittadini ricordiamo l’opportunità di segnalare alle redazioni e all’Ordine dei giornalisti ogni caso di xenofobia, discriminazione, incitamento all’odio razziale riscontrato nei media.
Promotori:
Lorenzo Guadagnucci, giornalista Firenze (3803906573)
Beatrice Montini, giornalista Firenze (3391618039)
Zenone Sovilla, giornalista Trento (3479305530)
Firma anche tu l’appello dei giornalisti contro il razzismo!
Consiglio anche l’utilizzo del form che il sito mette a disposizione per “segnalare episodi di cattiva informazione sui migranti, simili a quelli stigmatizzati nell’appello che ha dato il via alla campagna”. Chiunque può citare “episodi concreti e circostanze specifiche di servizi giornalistici che alimentano la paura, il razzismo e la violenza”. Come sottolineato, “l’obiettivo non e’ la delazione, ma l’esercizio del ‘consumo critico’ di informazione da parte dei cittadini, affinche’ le redazioni degli organi di informazione non siano soggette solamente alla pressione che arriva dall’alto dei poteri politici, ma anche alla pressione democratica che la societa’ civile e’ in grado di esercitare dal basso”.
Stamattina mi sono svegliata, contrariamente alle mie pigri abitudini, di buon’ora. Sette e ventotto sull’orologio e sono già china sulla macchina del caffé. Intanto RaiNews24 sfoglia le prime pagine dei giornali, legge titoli, vignette. Una, sull’Espresso, ironizza sul governo ombra. Sorrido. La Padania ringrazia Maroni di cuore: mi fa sorridere di meno. Ma, contrariamente al solito, dopo la rassegna stampa la rete non trasmette un’intervista. Oggi c’è un’inchiesta, e riguarda la strage di Capaci. Giusto, l’anniversario.
Resto col cucchiaino colmo di caffé a mezz’aria. Ogni volta che sullo schermo scorrono quelle immagini non sono capace di staccare gli occhi dalla tv. Le auto scaraventate lontano come sassolini, schiacciate, squassate. I passi della gente, le voci siciliane. L’obiettivo della telecamera che, sormontando mucchi di materiale, disegna parabole. Non è una fiction, con quelle inquadrature dritte, fotografiche, perfette. L’obiettivo osserva la scena della strage con movenze inquiete. L’occhio digitale guarda ogni cosa. Sopra le auto, sotto le auto, intorno alle auto. Le riprese dall’alto.
Sembra campagna, quella terra marrone e divelta. Sembra un campo coltivato calpestato da un gigante. Invece è la strada che collega Trapani a Palermo. Siamo all’altezza di Capaci. Lo dice il segnale stradale che dall’alto indica il luogo della strage. E diviene epigrafe sulla tomba di Giovanni Falcone, di sua moglie Francesca Morvillo e degli agenti della sua scorta. Saltati su cinquecento chili di tritolo il 23 maggio 1992 per mano di Giovanni Brusca. Per volere della mafia.
Tra gli agenti della scorta c’era Vito Schifani, poliziotto. Gli hanno intitolato lo Stadio delle Palme di Palermo, nel settembre del 2007. Dalla strage al tributo sono trascorsi quindici anni. Troppi. Tanti quanti ne aveva l’anno scorso suo figlio Manù: la mafia gli ha concesso l’amore di un padre per soli quattro mesi.
Mi collego ad Internet e leggo che l’anno scorso sua madre Rosaria l’ha portato a Palermo. Rosaria non è uno dei tanti parenti senza volto delle vittime di mafia. Rosaria è la stessa donna che lanciò quell’appello agli «uomini della mafia» trasmesso mille volte dalle televisioni: «Io vi perdono, però voi dovete mettervi in ginocchio. Dovete avere il coraggio di cambiare, ma voi non cambiate».
Per lei, tornare nella terra del sangue e delle lacrime è un calvario. A Palermo qualcuno ricorda il suo volto, ma «gli uomini non si avvicinano. Contorti come i vicoli. Hanno paura, incontrandomi, fermandosi e parlando, di dare l’impressione di pensarla come me. E allora tanti fingono di non vedermi: meglio non averci a che fare. E gli sguardi mi attraversano come fossi trasparente. Ma non dovrebbe essere il contrario? Dovrei essere io a non volere avere a che fare con loro».
Cos’è cambiato, allora, in quindici anni? L’asfalto è saltato sotto i piedi della Giustizia, ma la Giustizia non è ancora riuscita a far saltare in aria la mafia. L’ha graffiata. «Poteva cambiare tutto. Ma lo Stato si è fermato. I magistrati hanno ripreso a litigare fra loro. Divisi fra amici di Grasso e amici di Caselli. Ancora? Basta. Come ai tempi di Falcone. Senza mai riconoscere i meriti di chi lavora davvero. Sono contenta per tante inchieste che hanno fatto scoprire dei traditori pure all’interno dell’apparato investigativo. Ma non basta. Lo Stato s’è fermato troppe volte. Perché lo Stato ha paura di guardarsi dentro». Ancora. «Sciolsero il Gruppo Stragi quando ancora stavano lavorando sui mandanti occulti di Capaci e via D’Amelio. E’ come se lo Stato avesse voluto interrompere quel lavoro».
23 maggio 2008, oggi. Leggo ancora su Internet che il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha scritto una lettera a Maria Falcone, sorella di Giovanni Falcone: «Le immagini della strage restano incancellabili nella memoria degli italiani e rinnovano l’angoscia e l’allarme di quel giorno, in cui la mafia colpì un magistrato di eccezionale talento e coraggio». E poi: «L’impegno e la partecipazione di allora non possono subire flessioni. Non è consentito ridurre il livello di attenzione». Attenzione. Tenere alta la guardia. Lo Stato c’è, ed è vigile.
Già. Lo Stato.
Esco. Vado in edicola a prendere il giornale. Calabria Ora, pagina 6. La lettura mi riporta in Calabria. A quattrocento chilometri a nord di Palermo, oltre lo Stretto di Messina, risalendo la regione, c’è il capoluogo e c’è il magistrato Gerardo Dominijanni. Un altro che la ‘ndrangheta voleva (vorrebbe?) far saltare in aria con la sua scorta. Si occupa di Catanzaro e di Lamezia Terme. Lo fa da solo, e solo si sente. Il Rapporto «’Ndrangheta Holding» di Eurispes del 21 maggio ha confermato «quello che da otto anni denuncio in tutte le sedi e cioè l’insufficienza di un solo magistrato che deve fronteggiare la criminalità organizzata nella provincia di Catanzaro», «un territorio che ha un indice di permeabilità (della criminalità organizzata, ndR) pari alla metà di tutto il territorio reggino dove lavorano 12 magistrati. Ancora – dice – si fa finta di non vedere».
A volte, raramente, ti sorprende la bellezza del giornalismo. Ti piomba addosso così, improvvisa, quando meno te l’aspetti. Anche perché un limpido motivo per cui essere felice di essere giornalista non arriva tutti i giorni. Arriva molto di rado. Il resto dei giorni in genere ti chiedi quale forza, quale ragione, quale spinta mai ti porti a scegliere di essere giornalista anche oggi; ti chiedi perché ostinarti anche oggi a raccontare, e a pagare il prezzo di farlo liberamente.
E poi arriva quel giorno, quel momento, breve ma che arriva prima o poi. Arriva quella stretta di mano, arrivano quelle parole. Improvvise. E allora cerchi di capire se sono sincere, se stranamente non esistano soltanto per adularti, per aggiungere un po’ di zucchero al solito amaro del tuo articolo.
Se lo sono, se negli occhi di chi le pronuncia c’è acqua chiara, stai lì ad assorbirle come fossi una spugna, con la sorpresa di una bambina quando la mamma torna a casa con un regalo. Con l’incredulità di chi si accorge che quelle sue frasi scritte al computer, buttate giù in un luogo suo, con intorno le sue cose personali, quelle frasi lette, rilette, elaborate, pensate, meditate, partorite e plasmate in privato, il giorno dopo, una volta stampate sulla pagina di un giornale, smettono di essere solamente sue. Con lo stupore di chi realizza che tra mille altre parole, anche le sue arriveranno altrove, davanti agli occhi di altri.
Così capisci che, oltre a tutti quelli che leggono il tuo articolo distrattamente, giusto per dare un sottofondo al caffé e alle chiacchiere con gli amici, a tutti quelli che lo leggono solo per tenersi informati ma senza capirlo o volerlo capire, c’è chi lo fa invece con l’attenzione che merita il lavoro. E che pensa che questo sì che è un buon articolo, che gli piaci tu, giornalista, che gli piace come scrivi, e che apprezza. E, tra questi, c’è chi poi te lo fa sapere. Ed è questa, per me, la bellezza del giornalismo. Questo il motivo per il quale vale la pena fare buon giornalismo. Il migliore che si può. Fosse anche per due soli occhi di lettore.
Basta tenere una penna in una mano e nell’altra un taccuino per fare il giornalista. Basta andare ad una manifestazione o ad una conferenza stampa e poi raccontarle per fare il giornalista. Il giornalista del tiriamo avanti: quello che si limita a dire cos’è successo, che Tizio ha detto questo a Caio e Caio ha risposto quest’altro a Tizio, che la manifestazione è cominciata alle nove ed è finita alle dieci.

Il giornalista del tiriamo avanti, quello che riporta e una volta che lo ha fatto ha finito il suo lavoro, perché finalmente anche questa è andata e buonanotte al secchio; del raccontiamo solo perché la notizia dev’essere in pagina, perché proprio dobbiamo farlo se no chissà le vendite, ma facciamolo con cautela, senza scomodare nessuno per carità, perché domani dovremo di nuovo preoccuparci di tirare innanzi, e quello che noi scomodiamo oggi sarà colui che ci potrebbe scomodare domani.
Cautela dunque, silenzio: si scrive perché si deve ma, se proprio dobbiamo, scriviamo lieve, sottovoce. Io vorrei, non vorrei, ma se vuoi.
Eppure per un giornalismo diverso da così, per il giornalismo che vorrei, basterebbe una redazione coraggiosa, che ami la verità e la sua stessa gente, quella gente che ha diritto ad un’informazione che possa dirsi tale. Basterebbe un direttore che scelga di fare il giornalista e non il manager, il giornalista e non il politico. Basterebbe un editore che sappia selezionare, tra le tante, le penne dal tratto scuro e sicuro, e le valorizzi.
Per un giornalista che sente forte l’esigenza di libertà, sapere di avere dietro le spalle una struttura forte, capace di sostenerne le scelte e sottoscriverne ogni singola parola, è importante quanto lo è il suo taccuino. È la garanzia stessa che gli permette di muovere le dita sui tasti del suo computer per buttare giù quelle parole che ritiene opportune, le sole che possono non soltanto ricostruire fedelmente un fatto, ritrarre la realtà, ma soprattutto restituirne le sfumature, quei particolari che svelano i significati e che consentono di andare oltre i resoconti.
Segni rivelatori che, per la carica esplosiva della quale sono portatori, non possono trovare spazio tra le righe di un giornalismo fin troppo cauto, di un giornalismo che scansi con accuratezza le analisi, le inchieste, che non voglia sollevarsi sulle cose per poterle focalizzare. Di un giornalismo fatto di editori, direttori, redattori, corrispondenti incapaci di gettare la penna oltre l’ostacolo.
Ore 11,18 di oggi. Repubblica online riferisce:
Faccia a faccia virtuale a Matrix – Sarà un faccia a faccia “virtuale” quello che andrà in onda venerdì a “Matrix”: a chiarirlo è in una nota Enrico Mentana, sottolineando che Silvio Berlusconi e Walter Veltroni faranno interviste separate.

Ciò che terrei a capire è a cosa serve fare interviste separate. E soprattutto chi sarà a formulare le domande.
Dall’esperienza che ho di Matrix, credo di non dovermi aspettare interrogativi pungenti e scomodi, perciò ho come l’impressione che il tutto si risolverà in due vetrinette accuratamente separate dei due candidati premier. A quel punto però non chiamiamolo più “faccia a faccia”. Ammesso che incontrarsi a Matrix di per sé possa costituire un confronto..