Interrogativi italiani

14 Maggio 2008 di mariafrancescacalvano

Solo un interrogativo: come mai questa sera Bruno Vespa si occupa – a quanto mi pare di capire – di giovani talenti, Enrico Mentana guarda caso di rumeni e rom, e nessuna delle due trasmissioni dell’omicidio di Niscemi? Sarà che i membri del “branco” sono tutti innocentemente italiani?

La bellezza del giornalismo, secondo me

6 Aprile 2008 di mariafrancescacalvano

A volte, raramente, ti sorprende la bellezza del giornalismo. Ti piomba addosso così, improvvisa, quando meno te l’aspetti. Anche perché un limpido motivo per cui essere felice di essere giornalista non arriva tutti i giorni. Arriva molto di rado. Il resto dei giorni in genere ti chiedi quale forza, quale ragione, quale spinta mai ti porti a scegliere di essere giornalista anche oggi; ti chiedi perché ostinarti anche oggi a raccontare, e a pagare il prezzo di farlo liberamente.

E poi arriva quel giorno, quel momento, breve ma che arriva prima o poi. Arriva quella stretta di mano, arrivano quelle parole. Improvvise. E allora cerchi di capire se sono sincere, se stranamente non esistano soltanto per adularti, per aggiungere un po’ di zucchero al solito amaro del tuo articolo.

Se lo sono, se negli occhi di chi le pronuncia c’è acqua chiara, stai lì ad assorbirle come fossi una spugna, con la sorpresa di una bambina quando la mamma torna a casa con un regalo. Con l’incredulità di chi si accorge che quelle sue frasi scritte al computer, buttate giù in un luogo suo, con intorno le sue cose personali, quelle frasi lette, rilette, elaborate, pensate, meditate, partorite e plasmate in privato, il giorno dopo, una volta stampate sulla pagina di un giornale, smettono di essere solamente sue. Con lo stupore di chi realizza che tra mille altre parole, anche le sue arriveranno altrove, davanti agli occhi di altri.

Così capisci che, oltre a tutti quelli che leggono il tuo articolo distrattamente, giusto per dare un sottofondo al caffé e alle chiacchiere con gli amici, a tutti quelli che lo leggono solo per tenersi informati ma senza capirlo o volerlo capire, c’è chi lo fa invece con l’attenzione che merita il lavoro. E che pensa che questo sì che è un buon articolo, che gli piaci tu, giornalista, che gli piace come scrivi, e che apprezza. E, tra questi, c’è chi poi te lo fa sapere. Ed è questa, per me, la bellezza del giornalismo. Questo il motivo per il quale vale la pena fare buon giornalismo. Il migliore che si può. Fosse anche per due soli occhi di lettore.

Io vorrei, non vorrei, ma se vuoi

3 Aprile 2008 di mariafrancescacalvano

Basta tenere una penna in una mano e nell’altra un taccuino per fare il giornalista. Basta andare ad una manifestazione o ad una conferenza stampa e poi raccontarle per fare il giornalista. Il giornalista del tiriamo avanti: quello che si limita a dire cos’è successo, che Tizio ha detto questo a Caio e Caio ha risposto quest’altro a Tizio, che la manifestazione è cominciata alle nove ed è finita alle dieci.
libertà di stampa

Il giornalista del tiriamo avanti, quello che riporta e una volta che lo ha fatto ha finito il suo lavoro, perché finalmente anche questa è andata e buonanotte al secchio; del raccontiamo solo perché la notizia dev’essere in pagina, perché proprio dobbiamo farlo se no chissà le vendite, ma facciamolo con cautela, senza scomodare nessuno per carità, perché domani dovremo di nuovo preoccuparci di tirare innanzi, e quello che noi scomodiamo oggi sarà colui che ci potrebbe scomodare domani.

Cautela dunque, silenzio: si scrive perché si deve ma, se proprio dobbiamo, scriviamo lieve, sottovoce. Io vorrei, non vorrei, ma se vuoi.

Eppure per un giornalismo diverso da così, per il giornalismo che vorrei, basterebbe una redazione coraggiosa, che ami la verità e la sua stessa gente, quella gente che ha diritto ad un’informazione che possa dirsi tale. Basterebbe un direttore che scelga di fare il giornalista e non il manager, il giornalista e non il politico. Basterebbe un editore che sappia selezionare, tra le tante, le penne dal tratto scuro e sicuro, e le valorizzi.

Per un giornalista che sente forte l’esigenza di libertà, sapere di avere dietro le spalle una struttura forte, capace di sostenerne le scelte e sottoscriverne ogni singola parola, è importante quanto lo è il suo taccuino. È la garanzia stessa che gli permette di muovere le dita sui tasti del suo computer per buttare giù quelle parole che ritiene opportune, le sole che possono non soltanto ricostruire fedelmente un fatto, ritrarre la realtà, ma soprattutto restituirne le sfumature, quei particolari che svelano i significati e che consentono di andare oltre i resoconti.

Segni rivelatori che, per la carica esplosiva della quale sono portatori, non possono trovare spazio tra le righe di un giornalismo fin troppo cauto, di un giornalismo che scansi con accuratezza le analisi, le inchieste, che non voglia sollevarsi sulle cose per poterle focalizzare. Di un giornalismo fatto di editori, direttori, redattori, corrispondenti incapaci di gettare la penna oltre l’ostacolo.

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I giornalisti secondo un clown

31 Marzo 2008 di mariafrancescacalvano

«Una volta avevo studiato un numero piuttosto lungo, “Il generale”, vi avevo lavorato molto e quando finalmente lo presentai divenne quello che nel nostro ambiente si dice un successo: vale a dire a ridere era la gente giusta e quella giusta ad arrabbiarsi. Quando, uscito di scena, mi diressi verso il camerino con il petto gonfio di orgoglio, trovai ad aspettarmi una signora, molto vecchia e molto piccola. Dopo la rappresentazione sono sempre molto nervoso e la sola presenza che sopporto accanto a me è quella di Maria; ma lei aveva lasciato entrare quella vecchietta nel mio camerino.

opinioni di un clown

Quella cominciò a parlare prima ancora che avessi finito di chiudere la porta e mi dichiarò che suo marito era stato anche lui generale, era caduto in guerra, ma prima di morire le aveva scritto ancora una lettera pregandola di non accettare la pensione. «Lei è ancora molto giovane» disse «però è abbastanza maturo per capire», e con queste parole uscì. Da quel momento non riuscii più a recitare “Il generale”.

La stampa che si autodefinisce di sinistra, scrisse a questo proposito che evidentemente mi ero lasciato intimidire dalle reazioni; la stampa che si autodefinisce di destra scrisse che mi ero reso conto di dare con quella mia parodia una carta in mano ai nemici dell’est; la stampa cosiddetta indipendente scrisse che avevo rinunciato a mantenere un atteggiamento impegnato.

Tutte perfette idiozie. Non potevo più recitare quel numero perché mi tornava sempre alla mente quella vecchina che probabilmente stentava a vivere, schernita e derisa da tutti. Se una cosa non mi diverte più, la smetto, ma spiegare questo a un giornalista è probabilmente un’impresa troppo complicata. Loro devono sempre “annusare” qualche cosa di speciale, devono avere “il fiuto” per le cose più impensate; e poi esiste anche un tipo di giornalista, molto diffuso, che è un individuo maligno che non riesce a sopportare il fatto di non essere lui stesso un artista e di non avere nemmeno la stoffa per essere qualificato come una persona di temperamento artistico. In questo caso naturalmente il “fiuto” gli viene a mancare e allora non fa che parlare a vanvera, possibilmente in presenza di ragazze giovani e belle che sono ancora abbastanza ingenue da andare in estasi per ogni scribacchino, soltanto perché ha una certa influenza.

Ci sono delle strane, misconosciute forme di prostituzione, al cui confronto la prostituzione vera e propria è un’onesta professione: lì almeno in cambio di denaro viene offerta qualche cosa».

Heinrich Boll, Opinioni di un clown, Edizioni San Paolo

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A Matrix, chi fa da sé..

29 Marzo 2008 di mariafrancescacalvano

Ore 11,18 di oggi. Repubblica online riferisce:

Faccia a faccia virtuale a Matrix – Sarà un faccia a faccia “virtuale” quello che andrà in onda venerdì a “Matrix”: a chiarirlo è in una nota Enrico Mentana, sottolineando che Silvio Berlusconi e Walter Veltroni faranno interviste separate.
tv

Ciò che terrei a capire è a cosa serve fare interviste separate. E soprattutto chi sarà a formulare le domande.

Dall’esperienza che ho di Matrix, credo di non dovermi aspettare interrogativi pungenti e scomodi, perciò ho come l’impressione che il tutto si risolverà in due vetrinette accuratamente separate dei due candidati premier. A quel punto però non chiamiamolo più “faccia a faccia”. Ammesso che incontrarsi a Matrix di per sé possa costituire un confronto..

Il luogo comune: se lo conosci, lo eviti

28 Marzo 2008 di mariafrancescacalvano

Quanto siamo assuefatti al linguaggio dei giornali e dei telegiornali? Quanto sono familiari al nostro orecchio certe espressioni utilizzate nei servizi che leggiamo o ascoltiamo tutti i giorni? E quante volte anche noi le utilizziamo, magari senza neanche accorgercene?

scrivere

Ci sono modi di dire che, per quanto se n’è fatto e se ne fa uso e abuso, sono divenuti luoghi comuni che in certe redazioni vengono accuratamente evitati per privilegiare idee più originali.

Proviamo a rispondere a queste domande tratte da un elenco di luoghi comuni* che da decenni gira nella redazione del Corriere della Sera: pensiamo alla risposta più immediata che ci viene in mente e poi confrontiamola con le risposte sotto. Io l’ho fatto e in molti casi ho risposto in linea col luogo comune. Se lo conosci, lo eviti.

Com’è la settimana?
E il maltempo?
La tragedia com’era?
Come sono le cifre?
E la concorrenza?
E la soddisfazione?
E il confronto?
Com’è il gesto del suicidio?
E il rinvenimento del cadavere?
Com’è l’esecuzione?
Cosa c’è nel paese dopo un attentato?
Cosa mantengono gli inquirenti?
Com’è la smentita?
E lo spettacolo che si presenta ai soccorritori?
Come sono le trattative?
E le strutture?
Com’è la vicenda?
E l’ottimismo?
E l’episodio?
E l’osservatore?

Com’è la settimana? Decisiva.
E il maltempo? Imperversa.
La tragedia com’era? Annunciata.
Come sono le cifre? Da capogiro.
E la concorrenza? Spietata.
E la soddisfazione? Legittima.
E il confronto? Serrato.
Com’è il gesto del suicidio? Inconsulto.
E il rinvenimento del cadavere? Macabro.
Com’è l’esecuzione? Feroce.
Cosa c’è nel paese dopo un attentato? Sdegno e riprovazione.
Cosa mantengono gli inquirenti? Il più stretto (o il massimo o il più rigoroso) riserbo.
Com’è la smentita? Secca.
E lo spettacolo che si presenta ai soccorritori? Agghiacciante.
Come sono le trattative? Convulse.
E le strutture? Carenti (o fatiscenti).
Com’è la vicenda? Squallida.
E l’ottimismo? Cauto.
E l’episodio? Emblematico.
E l’osservatore? Attento…

* tratto da Alessandro Lucchini, La magia della scrittura, Sperling&Kupfer, p. 149.

Lo spettacolo non deve per forza continuare

27 Marzo 2008 di mariafrancescacalvano

Ho la replica di un politico nel cassetto. I giorni passano da quando mi ha detto quelle parole perché le pubblicassi come risposta ad un altro articolo, e se fossi una giornalista che conosce soltanto la regola delle vendite l’avrei già fatto da un pezzo. Invece no.

Non l’ho fatto perché ci sono momenti in cui lo spettacolo non deve per forza continuare, in cui anche la cronaca deve fermarsi. Quel politico vive giorni tragici, insieme con la famiglia alla quale appartiene. Violare proprio io questo silenzio nel momento in cui è quello a tacere, sputando sul foglio di un giornale anche solo una parola che gli appartenga mi pare un sacrilegio.

Oggi forse egli non prenderebbe la parola, oggi forse non ci metterebbe la stessa rabbia, la stessa forza. Oggi forse non direbbe nulla.

E allora perché squarciare questo velo? Chiudiamo baracca e burattini ogni tanto, anche noi giornalisti. Mettiamo l’uomo dinanzi al politico, il rispetto davanti alle vendite, il silenzio davanti al rumore. E taciamo, ogni tanto.