E se quelli che chiedono di abolire l’Ordine avessero ragione? La lettera di Giulio Divo a Franco Abruzzo. E una riflessione personale sul caso Meredith.

La newsletter di francoabruzzo.it di oggi riporta una lettera del giornalista Giulio Divo del 14 dicembre 2007 che riguarda due fatti di cronaca.

Uno è l’«omicidio di Garlasco» e l’altro la «strage di Erba», entrambi ben noti al pubblico televisivo, ai lettori dei giornali, ai radioascoltatori e agli internauti, visto che tutti i media hanno dato ad essi ampio rilievo, diciamo così.

Divo, contestando «la professionalità di alcuni direttori» e l’«inconsistenza di certe linee editoriali», si domanda «se coloro che chiedono la chiusura dell’Ordine non abbiano ragione», considerato il modo in cui le due tragiche vicende sono state trattate dai media, peccando in entrambi i casi, secondo lui, di incontinenza. Incontinenza di dati privati o irrilevanti, sia penalmente sia giornalisticamente.

Da una parte, c’è la pubblicazione dei colloqui telefonici di Azouz Marzouk, che nella strage ha perso moglie e figlio. Trattandosi di conversazioni private non contenenti elementi penalmente rilevanti ai fini delle indagini sul reato contestatogli (traffico di droga), a parere del giornalista esse non sarebbero dovuto essere pubblicate. A Marzouk, «a seguito di quelle intercettazioni – scrive Giulio Divo – si può contestare solo di avere abusato di cocaina e di non avere alcuna profondità affettiva».

Dall’altra parte, c’è la notizia delle foto hard trovate nel pc di Alberto Stasi, accusato dell’omicidio della fidanzata Chiara Poggi. Un elemento questo che, reso pubblico e centrale nella cronaca della vicenda, serve solamente, per il giornalista, ad «avviare una campagna di stampa colpevolista» nei confronti di Stasi: «Che cosa aggiunge, e cosa toglie, questa notizia, rispetto alla verità processuale? Che genere di utilità ha il fatto in sé, ai fini della cronaca? Non le pare solo un orrendo modo per additare il presunto colpevole al pubblico ludibrio?». L’elemento rilevante era invece un altro, cioè il fatto che «il computer di Stasi sarebbe stato spento per due ore, il che fa crollare il suo alibi».

«Il che è tutto tranne che giornalismo. È pettegolezzo da parrucchiera, chiacchierata da bar. Nient’altro che questo», commenta Divo, concludendo: «Sono francamente stufo di seguire con sempre crescente delusione la piega che sta prendendo la professione. Chiaramente poi si offre il fianco alle critiche di chi non rispetta i giornalisti e ne vorrebbe abolire l’Ordine. E infatti mi chiedo se – valutata la professionalità di alcuni direttori e la inconsistenza di certe linee editoriali – coloro che chiedono la chiusura dell’Ordine non abbiano ragione».

Perché vi ho raccontato tutto questo?

Intanto perché l’argomento è attuale (non a caso, credo, il sito di Franco Abruzzo pubblica la lettera proprio ora che Grillo vuole disOrdinare il giornalismo), e poi perché mi sono trovata a fare una riflessione simile anche in un altro caso di cronaca nera, l’uccisione di Meredith, anche questo stranoto al pubblico.

Pure qui si tratta di come viene confezionata la notizia.

Il 13 novembre 2007 ho aperto, come d’abitudine, il sito del Corriere della Sera. Cliccando su una notizia riguardante l’omicidio di Meredith, mi sono trovata davanti una foto di Raffaele Sollecito, accusato dell’omicidio della studentessa inglese, con un coltellone in mano e imbalsamato come una mummia. Uno spettacolo raccapricciante, non tanto per la fotografia quanto per come essa è stata utilizzata.

Corriere della Sera - Caso Meredith Kercher - Raffaele Sollecito - Niente sangue su scarpe e coltello - 13 novembre 2007

In un articolo così titolato: «Sollecito, niente sangue su coltello e scarpe», quindi tendenzialmente non colpevolista, un’immagine di Sollecito col macete in mano rende un’idea ben diversa del ragazzo. Sicuramente negativa.

E allora rileggiamo Giulio Divo: «Si tratta di questioni pertinenti? O servono solo a mettere in cattiva luce un individuo per via di alcuni comportamenti ambigui che evidentemente disturbano il sentire comune?».

Ai lettori l’ardua sentenza.

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2 Risposte to “E se quelli che chiedono di abolire l’Ordine avessero ragione? La lettera di Giulio Divo a Franco Abruzzo. E una riflessione personale sul caso Meredith.”

  1. giulio divo Says:

    ritengo opportuno copia incollare una mail inviata oggi ad Abruzzo,

    “Carissimo Abruzzo
    Spiace vedere che alcuni colleghi non sappiano distinguere una provocazione da una proposta. Eppure mi sembrava di essermi espresso con chiarezza nella mia mail che (credo opportuno precisare) è stata scritta a dicembre quando non si sapeva ancora che le foto trovate sul computer dello Stasi erano di tipo pedopornografico e quindi delineavano un possibile movente. A parte questa precisazione, la mia domanda – tendo a precisare – era retorica. Io non desidero l’abolizione dell’Ordine, ma mi chiedo quale sia la sua utilità e spiego il perché. Il presidente Del Boca, sollecitato dalla stessa mail mandata in copia lo scorso dicembre, mi ha risposto (cito per sommi capi) che le infrazioni alle regole vengono sanzionate dopo così tanto tempo dal fatto da essere uno strumento poco efficace. E quindi, con una metaforica pacca sulla spalla, mi invitava a a proseguire nel mio mestiere come sto facendo. Magra consolazione, direi. Forse mi sbaglio ma mi sembrava una resa su tutta la linea del fronte. Ho così invitato Del Boca a inviare una lettera aperta per la difesa della deontologia professionale, anche e proprio per combattere i grillismi di ogni genere numero e caso. Non ho ricevuto risposta alcuna. E allora io – sempre provocatoriamente – dico che ce lo meritiamo, un Beppe Grillo. Perché quando l’Ordine abdica ai suoi doveri istituzionali sminuendo la portata delle sue possibilità di intervento, smentisce la ragione della sua stessa esistenza. Non è una soddisfazione, ma solo una constatazione.

    Mi piacerebbe che il dibattito rimanesse aperto e pregherei di pubblicare il mio indirizzo email: sto ricevendo molti messaggi da colleghi e vorrei che questo patrimonio di necessità rispetto ad una maggiore coscienza del ruolo, non andasse sprecata.

    cordialità,

    giulio divo”

  2. mariafrancescacalvano Says:

    Grazie di questo ulteriore contributo. Condivido l’idea di aprire un dibattito sull’argomento e metto questo blog a disposizione. Credo che i vertici dell’Ordine, tutti i giornalisti e i lettori debbano confrontarsi sulle capacità d’intervento e di controllo dell’Ordine stesso almeno sulle testate nazionali relativamente al modo in cui vengono trattate le notizie. Anche per rendere gli operatori dell’informazione maggiormente coscienti del proprio ruolo, come dice lei. È un’occasione che il giornalismo non può lasciarsi sfuggire per fermarsi a riflettere, prima di levare gli scudi in eterna difesa della categoria.

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