Al buon giornalista bastano 5mila parole

Se vi capita di desiderare di saper scrivere “difficile”, leggete questa bella pagina del libro La magia della scrittura, a cura di Alessandro Lucchini, editori Sperling&Kupfer. Il virgolettato che riporto appartiene a Paolo Occhipinti:
Alessandro Lucchini, La magia della scrittura, Sperling&Kupfer

«L’arte della divulgazione presuppone uno studio e una cultura approfonditi», dice. «Solo chi conosce bene un tema ed è padrone del vocabolario sa che differenza passa tra una parola comprensibile a tutti e una difficile. Bisogna conoscere 5000 parole per sapere quali sono le 1000 da utilizzare con maggiore frequenza. Nella consapevolezza che quelle 1000 saranno capite dalla quasi totalità dei lettori, Indro Montanelli, che ha collaborato per anni con Oggi, usava poco più di 1000 vocaboli nei suoi articoli: li congegnava in modo tale che anche i concetti sociologici, storici e politici più profondi fossero spiegati con queste 1000 parole.»

«L’uso di parole semplici per esprimere un concetto è un dovere verso chi ci legge. Allo stesso modo in cui se indossi un abito troppo importante puoi mettere in imbarazzo il tuo ospite, così se usi parole troppo difficili metti a disagio il lettore, che dovrà fare sforzi per capirti. Mentre sei tu a dover fare sforzi per spiegarti. L’uso di un numero ristretto di parole risponde all’esigenza di mettere a proprio agio chi legge. Non è vero che usando parole complesse si approfondisce meglio un concetto: lo si può approfondire meglio con una somma di parole semplici che con una parola complicata.»

«C’è sempre dietro l’angolo il rischio di approfittare del proprio ruolo di giornalista, l’ambizione di farsi ritenere colti o intelligenti. Mentre il vero sfoggio di cultura e intelligenza è utilizzare termini e concetti semplici. Sono le regole del giornalismo che noi erroneamente definiamo ‘popolare’, ma che dovremmo definire solamente ‘giornalismo’ perché non esiste un giornalismo ‘impopolare’: il giornale deve essere letto da un grande numero di persone e perciò deve essere didascalico e usare parole semplici. Non a caso i maestri del giornalismo sono maestri di giornalismo popolare.».

Alessandro Lucchini, La magia della scrittura, Sperling&Kupfer, p. 145.

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3 Risposte to “Al buon giornalista bastano 5mila parole”

  1. ghostdog Says:

    “Ci sono due razzismi: uno europeo – e questo lo lasciamo in monopolio ai capi biondi d’oltralpe; e uno africano – e questo è un catechismo che, se non lo sappiamo, bisogna affrettarsi a impararlo e ad adottarlo. Non si sarà mai dei dominatori, se non avremo la coscienza esatta di una nostra fatale superiorità. Coi negri non si fraternizza. Non si può. Non si deve. Almeno finchè non si sia data loro una civiltà….. non cediamo a sentimentalismi…niente indulgenze, niente amorazzi. Si pensi che qui debbon venire famiglie, famiglie e famiglie nostre. Il bianco comandi. Ogni languore che possa intiepidirci di dentro non deve trapelare al di fuori”. – Indro Montanelli. Da “Civiltà fascista” N.1, Gennaio 1936 –
    Spesso “l’educato senso del dovere” del “non approfittare del proprio ruolo di giornalista” mettendo “a proprio agio chi legge” è segno inconfondibile dell’intenzione di far “accomodare in poltrona” per primo il suo cervello. Ciao :) P.S. “didascalico” fa parte dei termini semplici? ;)

  2. Alberto Says:

    C’è una differenza tra una cosa che si pensa e il modo di scriverla.
    Posso dire di non essere un ammiratore di Indro Montanelli; nondimeno, mi pare difficile non convenire che egli sia stato un grande giornalista.
    Ma l’argomento di cui si parla qui è come si dovrebbe scrivere un articolo giornalistico, quali parole usare, come, in definitiva, si possa svolgere al meglio il ruolo di, come chiamarlo?, “mediatore linguistico” tra una notizia e il modo con cui la si racconta a un pubblico.
    O mi sbaglio?

  3. mariafrancescacalvano Says:

    Sì, l’argomento del post è l’approccio alla lettura che il giornalista dovrebbe offrire a chi legge. Del ruolo si può approfittare in mille modi, tra di essi c’è quello di farsi semplici segretari di altri per esempio, o quello di scrivere “difficile” per mostrare la propria cultura. Il primo forse è più grave – letto Montanelli, in questo caso mi viene da rabbrividire, anche se ho letto pagine dello stesso Montanelli in cui spiega quella filosofia – ma il secondo non è meno grave. Credo che, se nel primo caso passa un’idea, nel secondo non passa alcuna idea, visto che, scrivendo difficile, sono pochi quelli che la capiscono.. e in alcuni casi è meglio!

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