Archive for marzo 2008

I giornalisti secondo un clown

31 marzo 2008

«Una volta avevo studiato un numero piuttosto lungo, “Il generale”, vi avevo lavorato molto e quando finalmente lo presentai divenne quello che nel nostro ambiente si dice un successo: vale a dire a ridere era la gente giusta e quella giusta ad arrabbiarsi. Quando, uscito di scena, mi diressi verso il camerino con il petto gonfio di orgoglio, trovai ad aspettarmi una signora, molto vecchia e molto piccola. Dopo la rappresentazione sono sempre molto nervoso e la sola presenza che sopporto accanto a me è quella di Maria; ma lei aveva lasciato entrare quella vecchietta nel mio camerino.

opinioni di un clown

Quella cominciò a parlare prima ancora che avessi finito di chiudere la porta e mi dichiarò che suo marito era stato anche lui generale, era caduto in guerra, ma prima di morire le aveva scritto ancora una lettera pregandola di non accettare la pensione. «Lei è ancora molto giovane» disse «però è abbastanza maturo per capire», e con queste parole uscì. Da quel momento non riuscii più a recitare “Il generale”.

La stampa che si autodefinisce di sinistra, scrisse a questo proposito che evidentemente mi ero lasciato intimidire dalle reazioni; la stampa che si autodefinisce di destra scrisse che mi ero reso conto di dare con quella mia parodia una carta in mano ai nemici dell’est; la stampa cosiddetta indipendente scrisse che avevo rinunciato a mantenere un atteggiamento impegnato.

Tutte perfette idiozie. Non potevo più recitare quel numero perché mi tornava sempre alla mente quella vecchina che probabilmente stentava a vivere, schernita e derisa da tutti. Se una cosa non mi diverte più, la smetto, ma spiegare questo a un giornalista è probabilmente un’impresa troppo complicata. Loro devono sempre “annusare” qualche cosa di speciale, devono avere “il fiuto” per le cose più impensate; e poi esiste anche un tipo di giornalista, molto diffuso, che è un individuo maligno che non riesce a sopportare il fatto di non essere lui stesso un artista e di non avere nemmeno la stoffa per essere qualificato come una persona di temperamento artistico. In questo caso naturalmente il “fiuto” gli viene a mancare e allora non fa che parlare a vanvera, possibilmente in presenza di ragazze giovani e belle che sono ancora abbastanza ingenue da andare in estasi per ogni scribacchino, soltanto perché ha una certa influenza.

Ci sono delle strane, misconosciute forme di prostituzione, al cui confronto la prostituzione vera e propria è un’onesta professione: lì almeno in cambio di denaro viene offerta qualche cosa».

Heinrich Boll, Opinioni di un clown, Edizioni San Paolo

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A Matrix, chi fa da sé..

29 marzo 2008

Ore 11,18 di oggi. Repubblica online riferisce:

Faccia a faccia virtuale a Matrix – Sarà un faccia a faccia “virtuale” quello che andrà in onda venerdì a “Matrix”: a chiarirlo è in una nota Enrico Mentana, sottolineando che Silvio Berlusconi e Walter Veltroni faranno interviste separate.
tv

Ciò che terrei a capire è a cosa serve fare interviste separate. E soprattutto chi sarà a formulare le domande.

Dall’esperienza che ho di Matrix, credo di non dovermi aspettare interrogativi pungenti e scomodi, perciò ho come l’impressione che il tutto si risolverà in due vetrinette accuratamente separate dei due candidati premier. A quel punto però non chiamiamolo più “faccia a faccia”. Ammesso che incontrarsi a Matrix di per sé possa costituire un confronto..

Il luogo comune: se lo conosci, lo eviti

28 marzo 2008

Quanto siamo assuefatti al linguaggio dei giornali e dei telegiornali? Quanto sono familiari al nostro orecchio certe espressioni utilizzate nei servizi che leggiamo o ascoltiamo tutti i giorni? E quante volte anche noi le utilizziamo, magari senza neanche accorgercene?

scrivere

Ci sono modi di dire che, per quanto se n’è fatto e se ne fa uso e abuso, sono divenuti luoghi comuni che in certe redazioni vengono accuratamente evitati per privilegiare idee più originali.

Proviamo a rispondere a queste domande tratte da un elenco di luoghi comuni* che da decenni gira nella redazione del Corriere della Sera: pensiamo alla risposta più immediata che ci viene in mente e poi confrontiamola con le risposte sotto. Io l’ho fatto e in molti casi ho risposto in linea col luogo comune. Se lo conosci, lo eviti.

Com’è la settimana?
E il maltempo?
La tragedia com’era?
Come sono le cifre?
E la concorrenza?
E la soddisfazione?
E il confronto?
Com’è il gesto del suicidio?
E il rinvenimento del cadavere?
Com’è l’esecuzione?
Cosa c’è nel paese dopo un attentato?
Cosa mantengono gli inquirenti?
Com’è la smentita?
E lo spettacolo che si presenta ai soccorritori?
Come sono le trattative?
E le strutture?
Com’è la vicenda?
E l’ottimismo?
E l’episodio?
E l’osservatore?

Com’è la settimana? Decisiva.
E il maltempo? Imperversa.
La tragedia com’era? Annunciata.
Come sono le cifre? Da capogiro.
E la concorrenza? Spietata.
E la soddisfazione? Legittima.
E il confronto? Serrato.
Com’è il gesto del suicidio? Inconsulto.
E il rinvenimento del cadavere? Macabro.
Com’è l’esecuzione? Feroce.
Cosa c’è nel paese dopo un attentato? Sdegno e riprovazione.
Cosa mantengono gli inquirenti? Il più stretto (o il massimo o il più rigoroso) riserbo.
Com’è la smentita? Secca.
E lo spettacolo che si presenta ai soccorritori? Agghiacciante.
Come sono le trattative? Convulse.
E le strutture? Carenti (o fatiscenti).
Com’è la vicenda? Squallida.
E l’ottimismo? Cauto.
E l’episodio? Emblematico.
E l’osservatore? Attento…

* tratto da Alessandro Lucchini, La magia della scrittura, Sperling&Kupfer, p. 149.

Lo spettacolo non deve per forza continuare

27 marzo 2008

Ho la replica di un politico nel cassetto. I giorni passano da quando mi ha detto quelle parole perché le pubblicassi come risposta ad un altro articolo, e se fossi una giornalista che conosce soltanto la regola delle vendite l’avrei già fatto da un pezzo. Invece no.

Non l’ho fatto perché ci sono momenti in cui lo spettacolo non deve per forza continuare, in cui anche la cronaca deve fermarsi. Quel politico vive giorni tragici, insieme con la famiglia alla quale appartiene. Violare proprio io questo silenzio nel momento in cui è quello a tacere, sputando sul foglio di un giornale anche solo una parola che gli appartenga mi pare un sacrilegio.

Oggi forse egli non prenderebbe la parola, oggi forse non ci metterebbe la stessa rabbia, la stessa forza. Oggi forse non direbbe nulla.

E allora perché squarciare questo velo? Chiudiamo baracca e burattini ogni tanto, anche noi giornalisti. Mettiamo l’uomo dinanzi al politico, il rispetto davanti alle vendite, il silenzio davanti al rumore. E taciamo, ogni tanto.

Buona Pasqua!

23 marzo 2008

pasqua 2008

Aldo Moro, Vittorio Zucconi e l’indipendenza dal potere

16 marzo 2008

Oggi, a trent’anni da via Fani, voglio riportare quanto scrive Vittorio Zucconi sul rapporto tra Aldo Moro e i giornalisti e in genere quello tra potere e giornalismo. Si lega bene, tra l’altro, con l’argomento di cui stiamo discutendo in questi giorni su questo blog. Buona lettura!

«Parlava malvolentieri con noi giornalisti, perché il suo modo di esprimersi poco si adattava alle nostre esigenze di frasi brevi ed espressive. Quando lo circondavamo, Moro si rimpiccioliva e si ritraeva dentro le sue giacche sempre troppo grandi, come una lumaca disturbata nel guscio.

aldo moro

Una mattina alle 5, dopo ore e ore di riunioni tipicamente “morotee” senza apparente capo né coda, Moro ci venne a cercare, con nostra grande sorpresa, anziché sgattaiolare via sulla macchina blu di ordinanza. Scoprimmo in fretta il perché. Egli aveva in grande antipatia l’allora corrispondente del “Corriere” Gianfranco Ballardin e nella sua maniera indiretta gli volle dare una lezione, umiliandolo davanti a tutti.

Moro conosceva bene la psicologia dei giornalisti e le rivalità da ballerine che ci dividono e si avvicinò a me, che ero a Bruxelles da pochi mesi ed ero allora il principale concorrente del “Corriere”. Stirò le labbra in quello che per lui era un sorriso, mi strinse debolmente la mano come faceva sempre e cominciò a coprirmi di lodi. “Lei è un giornalista straordinario, una persona eccezionale per bravura e serietà” mi disse sotto gli occhi sgranati dei colleghi invidiosi. “Lei non è come certi altri giornalisti da due soldi (occhiata di traverso a Ballardin) e il giornalismo italiano ha bisogno di persone così.

In Italia c’è tanto bisogno di giornalisti seri e capaci come lei”. Tentai di balbettare qualche frase di ringraziamento, rosso di orgoglio e di incredulità. Moro tornò a stringermi la mano e mi salutò: “Arrivederla a presto e complimenti ancora, caro Ciriello”. Ciriello? Mi aveva scambiato per un altro. Ma prima che i colleghi scoppiassero a ridere e io a piangere, il fedelissimo maresciallo dei carabinieri Leonardi che lo accompagnava ovunque, lo prese sotto braccio e lo infilò nell’auto. Avrei rivisto Leonardi solo sette anni dopo sull’asfalto di via Fani, crivellato di colpi.

La familiarità con i ministri e i grandi “commessi” dello Stato italiano è una necessità professionale da coltivare e insieme una trappola che un corrispondente deve costantemente evitare. A tutti fa piacere potersi dire amico di personaggi importanti, e l’amicizia, la confidenza di un ministro, di un ambasciatore spesso fruttano notizie e indiscrezioni che altrimenti non si ottengono. Ma il problema è riuscire a mantenere l’amicizia senza rinunciare alla propria indipendenza, bere un bicchiere insieme con un ministro in albergo e poi tornare in camera a criticarlo se si pensa che abbia sbagliato. E c’è un solo modo per camminare nel sentiero strettissimo che passa fra la complicità che corrompe e l’ostilità che esclude dall’informazione: è farsi un poco temere. E sentire che alla spalle ci sono un giornale e un direttore pronti a difenderti, se lo meriti, anziché darti in pasto al potente di turno furioso con te.»

Vittorio Zucconi, Parola di giornalista

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Politico tu, giornalista io

15 marzo 2008

Credo debba esistere un rapporto di reciproco riconoscimento dei ruoli tra giornalista e politico. Come il giornalista accetta che il politico sostenga posizioni proprie, individuali, sia espressione di parte e degli interessi suoi o del suo partito, com’è legittimo e ovvio che faccia, così il politico dovrebbe accettare la posizione autonoma del giornalista rispetto a quella del politico.

intervista

In base alla mia esperienza, posso dire che non sempre è così. Anzi quasi mai. Ho incontrato pochi esempi, da quando faccio questo mestiere, di rispetto del mio ruolo. Rari quelli che sono riusciti a comprendere, o anche solo a sopportare il fatto che fare giornalismo o meglio essere giornalista significa ascoltare, ascoltare, ascoltare e trarne un racconto superiore; significa guardare da un monte la valle sottostante, apprezzarne i rilievi e le case, le luci e i colori, e poi scattare una fotografia dell’insieme, piuttosto che di quella piccola casa su quella piccola collina, o di quella sola luce di molti fili di luci sparsi.

Come il giornalista sa di dover valorizzare i particolari, di dover ascoltare tutte le voci, anche quelle che non condivide, che non può concepire, di dover dare dignità a tutte le affermazioni anche se non gli piacciono, così il politico deve accettare il lavoro del giornalista, il fatto che suo dovere sia quello di fotografare il paesaggio e non il minimo scorcio, quello di non dover sostenere la voce di uno, farsi megafono delle sue idee, ma mantenere una posizione indipendente rispetto ad esse, riportarle e se serve criticarle, smascherarle, denudarle per renderle essenziali e nitide al lettore.

Questo reciproco riconoscimento di dignità è la base sulla quale dovrebbe fondarsi il rapporto tra politico e giornalista. Dovrebbe. E in teoria il politico medio non esita a ripetere che non è assolutamente sua intenzione dire al giornalista come deve fare il suo mestiere, “però.. però capisci che scrivere questo contraddice l’idea che sto portando avanti..”. Era tempo che non mi sentivo dire una cosa del genere, e questa mattina un politico esordiente si è preoccupato di rinfrescarmi le idee.

Allora, se vogliamo che dal giornalista non si pretenda che debba diffondere semplicemente le idee di uno, omettere quelle altrui che potrebbero contraddirle o evitare di dire la verità, probabilmente dovremmo tutti noi giornalisti sostenere con forza e con decisione che non ci si può aspettare questo da noi. Così come il giornalista non si aspetta che il politico medio non parli che per sé o sostenga, legittimamente, le ragioni della sua parte.

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