Il giornalista nella vasca da bagno

Fare informazione nelle piccole realtà è come nuotare in una vasca da bagno. Nell’acqua, le bracciate causano onde che inevitabilmente finiscono per urtare contro le strette pareti della vasca, per tornare indietro, dove sono nate.

Fuor di metafora, il giornalista che si occupa dal di dentro di fatti che riguardano una comunità ristretta, riceve le reazioni della comunità stessa al suo lavoro senza filtri, senza intermediari. Col suo articolo, egli racconta, e quando serve critica, le vicende della stessa persona che il giorno dopo incontrerà dal fruttivendolo; le scelte politiche del sindaco o dell’assessore che incrocia tutti i giorni nel corridoio del municipio; la condotta dell’operaio comunale che invece di lavorare trascorre il suo tempo con l’amico che frequenta il suo stesso bar; le disavventure giudiziarie del dirigente al quale l’indomani mattina dovrà rivolgersi per la raccolta delle informazioni; e così via.

il giornalista nella vasca da bagno

Il contatto con gli stessi protagonisti delle vicende raccontate, oltre che col pubblico sovrano al quale rendere conto più di ogni altro, è quindi diretto. Perciò il giornalista delle mini-realtà deve essere preparato ai contraccolpi, nel bene e nel male.

Quando le reazioni agli articoli si chiamano elogi e complimenti, niente è più semplice di incassarle: il giornalista non scontenta nessuno e tutti vivono felici e contenti. Certo ci sarebbe da domandarsi se il giornalista ergonomico, progettato per adeguarsi al meglio alle esigenze di comodità altrui, si possa chiamare giornalista; ma questo è un altro discorso. Nei casi in cui invece gli scontenti ci sono, com’è più frequente e più normale che sia, è più difficile parare i colpi. Che prima o poi arrivino è un fatto che il giornalista deve mettere in conto da subito.

Per esempio, c’è chi reagisce ad una notizia scomoda, ad una parola non gradita, ad un’espressione che urta la sua sensibilità, con una più o meno civile dimostrazione di scontentezza; altri scelgono la strada del boicottaggio delle vendite del giornale incriminato, come se fossero gli unici destinatari del quotidiano e non esistesse un pubblico al di fuori di loro; altri si orientano verso il boicottaggio delle pubblicazioni, nel senso che usano il comunicato stampa (nello stile: se nuoci ai miei interessi, ti scordi che te lo trasmetta) come arma da ricatto; altri ancora optano per la querela preventiva, nel senso di azione legale volta a prevenire la pubblicazione di ulteriori informazioni scomode.

In ogni caso, si tratta di iniziative con le quali il giornalista delle piccole realtà viene inevitabilmente in contatto, e che in alcuni casi possono diventare così pressanti da indurlo a farsi ergonomico o a lasciare addirittura il giornalismo. Con buona pace dell’informazione indipendente, anche nei piccoli mondi delle sconfinate province.

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10 Risposte to “Il giornalista nella vasca da bagno”

  1. Strike Eagle Says:

    Sicuramente lavorare nelle piccole realtà non è semplice, ma forse questo differenzia (e forgia) il bravo giornalista/cronista rispetto a quelli che tendono a nascere già ergonomici. Perché alla fine il tuo diventare si può anche diventare ergonomici in senso buono, cioé capaci di avere una tale sensibilità da riuscire a dare la notizia in maniera così significa attendibile e reale, che sia difficile morre obiezioni. E poi, c’è sempre l’astuzia che deve guidare la penna del bravo giornalista, a volti non c’è bisogno di dire proprio tutto, basta raccontare il fatto, le circostanze e il protagonista viene fuori da solo. Evitare le querele o le semplici angherie di paese alla fine è sempre affidato al buon senso e alla furbizia del singolo giornalista, che se riesce a controllare anche i momenti di più fervente e forte passionalità verso la libera informazione, sarà sempre capace di evitare la maggior parte dei problemi. Poi, basta pensare che persino Biagi ha subito un “editto” quindi… potremmo considerare le “minacce” del nostro qaurtierino come una prima medaglia al valore, che dimostri l’onestà del giornalista e la sua totale devozione alla verità e ai fatti.

  2. ghostdog Says:

    Oltre la vasca da bagno c’e’ il mare. E in mare navigherai con una barca a vela, o magari a bordo di una grande nave. E allora le onde saranno proporzionalmente piu’ alte. Il rapporto tra colpi e contraccolpi non cambierebbe comunque, a meno che non sia tu a cambiare il tuo modo di scrivere. Oggi scrivi del sindaco, domani del presidente di regione, dopodomani di un ministro, eccetera. Si tratta solo di capire se vuoi continuare a rischiare di affogare in una vasca da bagno.. o nell’oceano ;)

  3. mariafrancescacalvano Says:

    @ Strike Eagle

    Ah sicuramente lavorare nelle piccole realtà forgia.. a volte in senso positivo, altre invece in senso negativo, come per quello che alla fine, per non avere problemi, lascia. Intendevo l’ergonomico in senso negativo; in senso positivo, è più capacità di leggere i fatti e la realtà, nelle sue sfumature più sottili. Non sono convinta sul buon senso e astuzia che bastano ad evitare querele e problemi: il giornalista non parla di sé ma degli altri, e questi altri spesso muovono querele infondate, “preventive” appunto, quindi che prescindono dall’esistenza di un motivo reale. È probabile che la querela si risolva in un nulla di fatto, ma ha un effetto manghanello che può scoraggiare ulteriori iniziative.

    @ ghostdog

    Ma forse su una barca a vela, o una grande nave, gli urti delle onde si avvertono di meno rispetto all’immersione in una vasca da bagno.. Non so, ho provato solo la vasca, in effetti. Io non voglio cambiare il mio modo di scrivere, e i contraccolpi mi preoccupano sempre meno. Però non voglio affogare in una vasca da bagno.. se devo farlo che almeno sia l’oceano! ;)

  4. Andrea Polizzo Says:

    Lavorare in una piccola realtà, è vero, espone alle situazioni ben descritte da Mariafrancesca (che a volte sono anche simpatiche). Inoltre, se gestisci anche un blog riempi le moderazioni di una serie di “inviti” a farti gli “affari” tuoi. Altra cosa che può capitare è che, parlando di un problema, si subiscono degli attacchi strumentali a rendere “chi scrive” il problema. E non il problema in sé. Ciò, ad esempio, mi è capitato scrivendo dello stato ambientale del mio paese. Per alcuni, facendo così, rendo il mio territorio non attraente…. e non i rifiuti, il mare sporco, le costruzioni fatiscenti e le strade dissestate !!!!

  5. mariafrancescacalvano Says:

    Qualche anno fa, nel 2003 mi pare, comparve sul sito della Repubblica la lettera di un signore che era venuto in villeggiatura nel mio paese, San Lucido, e che appena tornato a casa aveva scritto questa lettera non proprio positiva sulla sua esperienza vacanziera. Scrissi un articolo, che allora apparve sulla Provincia cosentina, con la quale collaboravo. Normale cronaca. Invece no, il sindaco pro tempore si infuriò come non mai accusandomi di gettare fango sul mio paese. Ma non avevo fatto che il mio lavoro. Quando si dice prendersela col dito che indica la luna…

  6. Andrea Polizzo Says:

    Già. Nel mio caso, le accuse principali erano di manìe di protagonismo, di voler vendere qualche copia in più, di danneggiare il turismo o, al peggio, di essere affetto da “tafazite”. Intanto, e non credo sia solo un problema del mio paese (Tortora), i danni ambientali sono sotto gli occhi di tutti e la loro entità non mi pare commisurata agli interventi effettuati. Ancora complimenti per questo “luogo” d’opinione.

  7. Alberto Says:

    Inconvenienti del mestiere, cara MF.
    Ma ciò che più mi rende triste è che mentre altrove il giornalismo locale è considerato l’unico in grado di sopravvivere alla crisi (cfr, L’ultima copia del New York Times – Donzelli editore) al costo di rinnovarsi, modernizzarsi, pensare a un rapporto diverso tra i cittadini e la fruizione delle notizie, da queste parti solo pochi hanno la percezione del cambiamento che ci travolgerà.
    Tutti gli altri scrivono come se i nostri quotidiani locali fossero, appunto, il NYT e non, invece, come sempre più spesso accade, le veline di questo o quel consigliere regionale, provinciale o comunale.

  8. mariafrancescacalvano Says:

    @ Andrea

    La cultura è quella del silenzio, del non dire, del non scomodare, del non turbare il sentire di alcuni amministratori, ma essa non può appartenere al giornalista. Il giornalista deve avere la cultura della parola, del dire. È suo dovere farlo, come dovere del medico è quello di esprimere una diagnosi, anche quando è negativa. Non credo che qualcuno se la prenda con lui per questo. Spero che lo si capirà, un giorno o l’altro. Sono sicura che, se il giornalista è tenace, se con sicurezza afferma un’etica professionale, può fare in modo che la sua figura sia considerata per quella che è. Ma è dovere di tutti i giornalisti rispettare la propria professionalità, altrimenti, se anche uno soltanto smette di farlo, ne risente l’intera categoria.
    Grazie dei tuoi complimenti :)

    ps: cos’è la tafazite?

  9. mariafrancescacalvano Says:

    @ Alberto

    Caro Alberto, a mio parere il guaio è che il giornalismo cartaceo continua a riprodursi sempre uguale, da anni, senza cambiare mai. Questa circostanza è particolarmente evidente nelle piccole realtà, dove è più difficile che il pubblico muti le sue abitudini: che smetta di leggere il giornale di carta per “andare su internet”. Allo stesso tempo, il prodotto giornale non cambia: i meccanismi che ho descritto nel primo post di questo blog non consentono, in troppi casi, di andare oltre la velina.

  10. Nossignore, non è questo il giornalismo che voglio « Street Journalist Says:

    […] del giornale. Gustavo infatti potrebbe adottare una strategia della quale ho già parlato in un altro post: il boicottaggio delle vendite. Lui e i suoi amici insomma decidono di non comprare più il […]

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