Aldo Moro, Vittorio Zucconi e l’indipendenza dal potere

Oggi, a trent’anni da via Fani, voglio riportare quanto scrive Vittorio Zucconi sul rapporto tra Aldo Moro e i giornalisti e in genere quello tra potere e giornalismo. Si lega bene, tra l’altro, con l’argomento di cui stiamo discutendo in questi giorni su questo blog. Buona lettura!

«Parlava malvolentieri con noi giornalisti, perché il suo modo di esprimersi poco si adattava alle nostre esigenze di frasi brevi ed espressive. Quando lo circondavamo, Moro si rimpiccioliva e si ritraeva dentro le sue giacche sempre troppo grandi, come una lumaca disturbata nel guscio.

aldo moro

Una mattina alle 5, dopo ore e ore di riunioni tipicamente “morotee” senza apparente capo né coda, Moro ci venne a cercare, con nostra grande sorpresa, anziché sgattaiolare via sulla macchina blu di ordinanza. Scoprimmo in fretta il perché. Egli aveva in grande antipatia l’allora corrispondente del “Corriere” Gianfranco Ballardin e nella sua maniera indiretta gli volle dare una lezione, umiliandolo davanti a tutti.

Moro conosceva bene la psicologia dei giornalisti e le rivalità da ballerine che ci dividono e si avvicinò a me, che ero a Bruxelles da pochi mesi ed ero allora il principale concorrente del “Corriere”. Stirò le labbra in quello che per lui era un sorriso, mi strinse debolmente la mano come faceva sempre e cominciò a coprirmi di lodi. “Lei è un giornalista straordinario, una persona eccezionale per bravura e serietà” mi disse sotto gli occhi sgranati dei colleghi invidiosi. “Lei non è come certi altri giornalisti da due soldi (occhiata di traverso a Ballardin) e il giornalismo italiano ha bisogno di persone così.

In Italia c’è tanto bisogno di giornalisti seri e capaci come lei”. Tentai di balbettare qualche frase di ringraziamento, rosso di orgoglio e di incredulità. Moro tornò a stringermi la mano e mi salutò: “Arrivederla a presto e complimenti ancora, caro Ciriello”. Ciriello? Mi aveva scambiato per un altro. Ma prima che i colleghi scoppiassero a ridere e io a piangere, il fedelissimo maresciallo dei carabinieri Leonardi che lo accompagnava ovunque, lo prese sotto braccio e lo infilò nell’auto. Avrei rivisto Leonardi solo sette anni dopo sull’asfalto di via Fani, crivellato di colpi.

La familiarità con i ministri e i grandi “commessi” dello Stato italiano è una necessità professionale da coltivare e insieme una trappola che un corrispondente deve costantemente evitare. A tutti fa piacere potersi dire amico di personaggi importanti, e l’amicizia, la confidenza di un ministro, di un ambasciatore spesso fruttano notizie e indiscrezioni che altrimenti non si ottengono. Ma il problema è riuscire a mantenere l’amicizia senza rinunciare alla propria indipendenza, bere un bicchiere insieme con un ministro in albergo e poi tornare in camera a criticarlo se si pensa che abbia sbagliato. E c’è un solo modo per camminare nel sentiero strettissimo che passa fra la complicità che corrompe e l’ostilità che esclude dall’informazione: è farsi un poco temere. E sentire che alla spalle ci sono un giornale e un direttore pronti a difenderti, se lo meriti, anziché darti in pasto al potente di turno furioso con te.»

Vittorio Zucconi, Parola di giornalista

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17 Risposte to “Aldo Moro, Vittorio Zucconi e l’indipendenza dal potere”

  1. Alberto Says:

    Cara MF,

    per non so quale recondita ragione, mi sono appassionato, da diverso tempo, alla storia degli anni Settanta. Alle tragedie, ai morti, ai dolori, ai tanti errori commessi, ma anche a tutte le cose buone che in quel decennio ci sono state.

    Ho sempre pensato che la liberazione di Moro sarebbe stato il vero spartiacque della nostra storia repubblicana. Non solo perché un uomo sarebbe stato restituito alla famiglia e agli affetti (va da sé…), ma perché questo Paese avrebbe potuto continuare sulla strada intrapresa dal compromesso storico, che non sarà stato granché, ma di meglio non c’era.

    E invece ha prevalso la logica di morte delle BR, l’incapacità della DC, la poca lungimiranza del PCI. Saremmo qui a raccontare una storia diversa e forse un’Italia migliore.

    Opss… Mi sono accorto di essere fuori tema rispetto al post.
    Pardon!

  2. mariafrancescacalvano Says:

    Caro Alberto, devo ammettere di non conoscere bene la storia degli anni Settanta, se non dai libri, e mi sembra un po’ poco. Sono nata proprio quando gli anni Settanta sono finiti (nel 1980), perciò non ho neanche ricordi di bambina, figuriamoci la lucidità di un’analisi politica. Ma so che avrei preferito leggere oggi una storia diversa e non certamente quella di un uomo ucciso. Ho visto l’intervista a Miriam Maffai di Giuseppe D’Avanzo su Repubblica qualche giorno fa e ho letto che le lettere di Moro furono considerate segno di debolezza perché restituivano l’immagine di un uomo fragile. Di un uomo insomma. E mi sono chiesta che politici vogliamo, se vogliamo dei generali o vogliamo degli uomini normali che facciano cose che condividiamo. O vogliamo dittatori che ci portino su una strada certa col pugno stretto, qualunque sia. Ma anch’io sono fuori tema ormai.. :)

  3. ghostdog Says:

    Fu proprio la politica della “fermezza”, che vide la DC e il PCI in perfetto accordo contrapporsi al PSI, a formare e mantenere l’humus adatto per il compromesso storico (ovvero l’appoggio esterno del PCI ad un governo democristiano). L’esecuzione di Aldo Moro da parte delle BR fu l’atto finale e conseguente di questa politica che configurava un’asse DC-PCI.. un vero e proprio muro invalicabile ad ogni tipo di ragionamento. Il NO assoluto a qualsiasi trattativa fu il punto di convergenza strategica delle due classi dirigenti che facevano capo ad Andreotti e Berlinguer. Nessun cedimento, titolavano i giornali. Tutti, senza eccezione, sapevamo che questo avrebbe significato quasi sicuramente condannare Moro, ma la ragion politica prevalse. Dunque Moro peri’ GRAZIE al compromesso storico, e non perche’ voleva realizzarlo. Basta leggere le sue lettere per rendersene conto. All’epoca lo si insulto’ e si disse che era drogato, influenzato.. che scriveva sotto la minaccia delle armi.. che non era “lui”. Addirittura si mise in dubbio l’autenticita’ delle lettere. Tutto, pur di non incrinare, di non mettere in forse la politica della fermezza e l’asse demo-comunista. Oggi, a cosi’ tanti anni di distanza, sarebbe ora di fare giustizia di queste ricostruzioni antistoriche. Tanto popolari, quanto false. Ciao :)

  4. mariafrancescacalvano Says:

    Caro ghost, ho sentito nella stessa intervista che le Br puntavano ad essere riconosciute come soggetto politico, e che hanno atteso per tutti i giorni del sequestro che ciò avvenisse. Se avessero voluto uccidere Moro, l’avrebbero fatto già in via Fani, questo ho sentito da Miriam Maffai. Ma sarebbe bastato riconoscerle come sequestratrici di Moro per cercare di liberarlo, o no?

  5. ghostdog Says:

    Esatto.. ma era appunto questo che l’asse DC-PCI aborriva. Riconoscere un soggetto politico al di fuori delle sedi istituzionali (ovvero del parlamento e -sopratutto- dei partiti dell'”arco costituzionale”), avrebbe significato (secondo loro) minare alle basi lo stato democratico. In realta’ fu dimostrato negli anni successivi che non basta una trattativa o un doppiogioco (normalmente usato della polizia in altri casi) per distruggere il concetto di democrazia nei cittadini. Inoltre, per quanto riguarda il caso Moro, ci furono delle spaventose lacune e inspiegate inefficienze, che in altri casi non si verificarono.. anzi. Un esempio per tutti: il sequestro Dozier. Ma questa e’ un’altra storia.

  6. ghostdog Says:

    P.S. Leggendo l’articolo di Zucconi (che inserirei nel “vademecum del giornalista accorto”), mi e’ tornato in mente un gustoso aforisma su giornalismo e pugnali, che pero’ non ricordavo esattamente.. allora ho cercato con l’aiuto di zia Wiki, ed ecco qui: “I giornalisti ti battono continuamente la mano sulla spalla: sempre alla ricerca del punto dove conficcare il pugnale più facilmente”. Robert Lembke

  7. mariafrancescacalvano Says:

    Perché “vademecum del giornalista accorto”? :)

  8. ghostdog Says:

    Perche’ troppi giornalisti, in Italia, si concedono il lusso di queste “amicizie” coi potenti. Le, chiamiamole cosi’, “convergenze” che piu’ han fatto danno negli ultimi anni pero’ non sono tra giornalisti e mondo politico, quanto tra giornalisti e magistratura. Il modo di fare giornalismo di Marco Travaglio e’ solo un esempio, ma emblematico. Un esempio dei disastri cui puo’ portare un giornalismo di questo stampo fu il caso Tortora. Una intera classe giornalistica appiattita sui comunicati e le voci di corridoio della procura di Napoli. Poi si scopri’ che tale procura era una specie di “immondezzaio” (tanto per restare un po’ contemporanei) dove il sospetto di subornazione dei pentiti era qualcosa di piu’ che tangibile, ma guardacaso nessun cronista aveva sentito l’ombra d’un olezzo. Dopotutto a cosa serve fare il rischioso e faticoso mestiere di giornalista d’inchiesta, quando puoi comodamente fare quello “d’istruttoria”?

  9. mariafrancescacalvano Says:

    Ah ora ho capito cosa intendi. Insomma è un guaio quando il giornalista si mette in testa di entrare in salotto. Che sia quello di un politico o quello di un magistrato, è sempre una bella frittata.

  10. ghostdog Says:

    Roma, 16 mar. (Adnkronos) – ”L’amico Walter Veltroni mi ha dato il primo dei chiarimenti da me richiesti per confermarmi nella mia intenzione di votare per il Pd, lodando la linea della fermezza che certo porto’ all’uccisione di Aldo Moro, ma che salvo’ le istituzioni democratiche”. Lo sottolinea il presidente emerito della Repubblica, Francesco Cossiga, commentando le affermazioni fatte oggi dal segretario del Pd in Via fani e nell’articolo pubblicato da “Rapubblica”. – Autorevolissima conferma di cio’ che ho scritto :)

  11. mariafrancescacalvano Says:

    Certo la storia non si fa con i se o con i ma.. ma poi le Br sarebbero veramente riuscite a mettere a repentaglio le istituzioni democratiche?

  12. ghostdog Says:

    Sono sempre stato convinto che i pericoli per l’assetto democratico italiano non siano mai venuti “dall’esterno” del quandro istituzionale. O almeno che i pericoli esterni non siano mai stati grandi quanto quelli di matrice “interna”. La storia italiana e’ piena di delitti e stragi dentro i quali, indagando a fondo, si possono chiaramente vedere incastonate schegge del potere “legale”. Servizi segreti, potentati economici e politici, procure insabbiatrici. Perfino nella storia delle BR esistono punti di contatto ed osmosi con lo stato e con la criminalita’ organizzata. La storia del professor Giovanni Senzani ne e’ il piu’ eclatante esempio.

  13. mariafrancescacalvano Says:

    Non so se conosco questa storia, ma una ricerca su Google mi verrà in soccorso. Ma intanto: o le Br avevano contatti con il quadro istituzionale tali da mettere veramente in pericolo la democrazia, e quindi l’allarme sarebbe giustificato (anche se io la vita di un uomo non la baratterei con nulla), oppure questi contatti non ce l’avevano, e moro poteva essere liberato senza mettere in pericolo proprio niente. Come sarà?

  14. Alberto Says:

    Cara MF,

    è molto più complessa la storia del compromesso storico, dell’assassinio di Moro, di cosa poteva fare il PCI, di come si mosse il PSI, di quale Italia avremmo potuto avere. Naturalmente, il compromesso storico aveva radici più antiche, lo sviluppo economico del Paese arrivava da lontano e stava declinando, la classe politica italiana era già al collasso, i movimenti spingevano, gli italiani erano cambiati. Insomma, dentro una realtà del genere intervengono le BR e il quadro generale deflagra. Molto meglio di come io qui l’ho scritto, questo periodo storico, che va dal boom economico a quando tu sei nata, l’ha tratteggiato magistralmente il miglior storico italiano, Guido Crainz, nel suo libro “Il paese mancato”, Donzelli editore 29 euro.

    Consiglio libresco fornito.
    La considero la mia buona azione settimanale.
    Ciao

  15. ghostdog Says:

    E’ difficile spiegare il clima di quei giorni. I politici si sentivano “assediati”.. erano terrorizzati, perche’ nel mirino c’erano loro innanzitutto. Ma non e’ una cosa cosi’ strana, in effetti. Se ci pensi, George W. Bush ha dichiarato guerra e invaso una nazione con le stesse motivazioni. La chiamano “paranoia del potente” :p

  16. mariafrancescacalvano Says:

    @ Alberto e ghostdog

    Caro Alberto, grazie del consiglio libresco; confermo che trattasi di buona azione, perciò ti riconosco tutti i benefici paradisiaci del caso :p
    Immagino che il panorama fosse molto più complesso, le semplificazioni non rispecchiano mai davvero la realtà. Ma se io dovessi farmi un’idea da perfetta ignorante quale sono, la vita a Moro gliel’avrei salvata. Certo è facile dirlo, mica ero io al governo. Ma davvero se un commando di matti rapisce il presidente del consiglio la politica non sa salvargli la vita e nello stesso tempo tutelare le istituzioni democratiche? Forse davvero, come dice anche il caro ghostdog, la politica non riusciva a rispondere perché si sentiva assediata, non riusciva ad elaborare una soluzione che non fosse quella della “fermezza”. A me pare che fermezza abbia significato immobilità in questo caso. Come se la politica avesse fatto come certi animali che restano immobili per mimetizzarsi con l’ambiente e passare inosservati agli occhi dei predatori. Ma io non c’ero e non ho letto abbastanza per fare analisi reali, quindi mi fido delle vostre :) Grazie :)

  17. ghostdog Says:

    Conosco un poco le (non nuove e non sue) sessantottino-santificatrici tesi dell’ex Lotta Continua/Potere Operaio, Guido Crainz. Secondo tali tesi, la mancata prosecuzione di quello che oggi prenderebbe il nome di “inciucio” e spartizione (o meglio lottizazione, termine di cui s’e’ persa la memoria non a caso) del governo dell’Italia tra DC e PCI, fu l’origine della successiva sua “decadenza” e perdita della “spinta” sessantottina. “Discutibile” e’ dire poco, basta leggere i titoli dei giornali dell’epoca per rendersi conto che la decadenza c’era gia’ stata da un pezzo e che il sessantottini erano considerati figl’e papa’ gia’ allora (Pier Paolo Pasolini docet). L’osceno “patto” era accettabile dai rispettivi elettorati solo in senso -emergenziale-, non per altro. Lo stesso termine “compromesso storico” non veniva usato quasi mai sui giornali e nei tg, data la sua accezione piuttosto negativa e “sporca”. Si preferiva quello piu’ altisonante e nobile di “unita’ nazionale”. E il cemento che saldo’ questa unita’ fu la guerra al terrorismo. Finita l’emergenza, spari’ la foglia di fico dell’unita’ contro il terrorismo e quindi si dove’ tornare al classico schema italorodato del “doncamillocontropeppone”. Uno storico che ignori questi fatti ben difficilmente puo’ essere definito “il miglior storico italiano”. Ciao :)

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