Capaci, sedici anni dopo

Stamattina mi sono svegliata, contrariamente alle mie pigri abitudini, di buon’ora. Sette e ventotto sull’orologio e sono già china sulla macchina del caffé. Intanto RaiNews24 sfoglia le prime pagine dei giornali, legge titoli, vignette. Una, sull’Espresso, ironizza sul governo ombra. Sorrido. La Padania ringrazia Maroni di cuore: mi fa sorridere di meno. Ma, contrariamente al solito, dopo la rassegna stampa la rete non trasmette un’intervista. Oggi c’è un’inchiesta, e riguarda la strage di Capaci. Giusto, l’anniversario.

Resto col cucchiaino colmo di caffé a mezz’aria. Ogni volta che sullo schermo scorrono quelle immagini non sono capace di staccare gli occhi dalla tv. Le auto scaraventate lontano come sassolini, schiacciate, squassate. I passi della gente, le voci siciliane. L’obiettivo della telecamera che, sormontando mucchi di materiale, disegna parabole. Non è una fiction, con quelle inquadrature dritte, fotografiche, perfette. L’obiettivo osserva la scena della strage con movenze inquiete. L’occhio digitale guarda ogni cosa. Sopra le auto, sotto le auto, intorno alle auto. Le riprese dall’alto.

strage di capaci

Sembra campagna, quella terra marrone e divelta. Sembra un campo coltivato calpestato da un gigante. Invece è la strada che collega Trapani a Palermo. Siamo all’altezza di Capaci. Lo dice il segnale stradale che dall’alto indica il luogo della strage. E diviene epigrafe sulla tomba di Giovanni Falcone, di sua moglie Francesca Morvillo e degli agenti della sua scorta. Saltati su cinquecento chili di tritolo il 23 maggio 1992 per mano di Giovanni Brusca. Per volere della mafia.

Tra gli agenti della scorta c’era Vito Schifani, poliziotto. Gli hanno intitolato lo Stadio delle Palme di Palermo, nel settembre del 2007. Dalla strage al tributo sono trascorsi quindici anni. Troppi. Tanti quanti ne aveva l’anno scorso suo figlio Manù: la mafia gli ha concesso l’amore di un padre per soli quattro mesi.

Mi collego ad Internet e leggo che l’anno scorso sua madre Rosaria l’ha portato a Palermo. Rosaria non è uno dei tanti parenti senza volto delle vittime di mafia. Rosaria è la stessa donna che lanciò quell’appello agli «uomini della mafia» trasmesso mille volte dalle televisioni: «Io vi perdono, però voi dovete mettervi in ginocchio. Dovete avere il coraggio di cambiare, ma voi non cambiate».

Per lei, tornare nella terra del sangue e delle lacrime è un calvario. A Palermo qualcuno ricorda il suo volto, ma «gli uomini non si avvicinano. Contorti come i vicoli. Hanno paura, incontrandomi, fermandosi e parlando, di dare l’impressione di pensarla come me. E allora tanti fingono di non vedermi: meglio non averci a che fare. E gli sguardi mi attraversano come fossi trasparente. Ma non dovrebbe essere il contrario? Dovrei essere io a non volere avere a che fare con loro».

Cos’è cambiato, allora, in quindici anni? L’asfalto è saltato sotto i piedi della Giustizia, ma la Giustizia non è ancora riuscita a far saltare in aria la mafia. L’ha graffiata. «Poteva cambiare tutto. Ma lo Stato si è fermato. I magistrati hanno ripreso a litigare fra loro. Divisi fra amici di Grasso e amici di Caselli. Ancora? Basta. Come ai tempi di Falcone. Senza mai riconoscere i meriti di chi lavora davvero. Sono contenta per tante inchieste che hanno fatto scoprire dei traditori pure all’interno dell’apparato investigativo. Ma non basta. Lo Stato s’è fermato troppe volte. Perché lo Stato ha paura di guardarsi dentro». Ancora. «Sciolsero il Gruppo Stragi quando ancora stavano lavorando sui mandanti occulti di Capaci e via D’Amelio. E’ come se lo Stato avesse voluto interrompere quel lavoro».

23 maggio 2008, oggi. Leggo ancora su Internet che il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha scritto una lettera a Maria Falcone, sorella di Giovanni Falcone: «Le immagini della strage restano incancellabili nella memoria degli italiani e rinnovano l’angoscia e l’allarme di quel giorno, in cui la mafia colpì un magistrato di eccezionale talento e coraggio». E poi: «L’impegno e la partecipazione di allora non possono subire flessioni. Non è consentito ridurre il livello di attenzione». Attenzione. Tenere alta la guardia. Lo Stato c’è, ed è vigile.

Già. Lo Stato.

Esco. Vado in edicola a prendere il giornale. Calabria Ora, pagina 6. La lettura mi riporta in Calabria. A quattrocento chilometri a nord di Palermo, oltre lo Stretto di Messina, risalendo la regione, c’è il capoluogo e c’è il magistrato Gerardo Dominijanni. Un altro che la ‘ndrangheta voleva (vorrebbe?) far saltare in aria con la sua scorta. Si occupa di Catanzaro e di Lamezia Terme. Lo fa da solo, e solo si sente. Il Rapporto «’Ndrangheta Holding» di Eurispes del 21 maggio ha confermato «quello che da otto anni denuncio in tutte le sedi e cioè l’insufficienza di un solo magistrato che deve fronteggiare la criminalità organizzata nella provincia di Catanzaro», «un territorio che ha un indice di permeabilità (della criminalità organizzata, ndR) pari alla metà di tutto il territorio reggino dove lavorano 12 magistrati. Ancora – dice – si fa finta di non vedere».

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5 Risposte to “Capaci, sedici anni dopo”

  1. Andrea Sferrella Says:

    ONORE A GIOVANNI FALCONE.

  2. ghostdog Says:

    Come fa piacere accorgersi di aver avuto ragione. Benissimo; avanti cosi’ :) P.S. Attenzione ai noccioli, Colletto ;)

  3. Colletto bianco Says:

    “…e vedendo talun piovere il pianto
    dal tuo ciglio, dirà: Quella è d’Ettore
    l’alta consorte, di quel prode Ettore
    che fra’ troiani eroi di generosi
    cavalli agitatori era il primiero,
    quando intorno a Ilïon si combattea…” (Eneide, Andromaca)
    Cara Signorina, il suo pezzo mi ha colpito nell’intimo, perché coniuga in maniera spontanea storia e sentimento, senza cader nella facile retorica da celebrazione. E m’ha colpito tanto che la memoria m’è andata immediatamente all’epico strazio di Andromaca, allor ch’Ettore parte, va a morire. Splendida figura di eroina suo malgrado, che colpisce il cuore per la sua supplica densa di strazio dignitosamente portato.
    Questa è la Donna che piange il suo Uomo. Morto davanti alla piana di Itaca, morto davanti alla piana di Capaci.
    E’ così che voglio leggerLa sempre, per il piacere di affermare che Lei è quello che io credevo che fosse… Niente è più realistico di un sogno avverato, per un uomo che crede nei sogni.. Di più non mi dilungo, e dico anzi all’amico Ghost, che spero di allinear tanti noccioli, da farne una corona….
    p.s.: Ho letto il pezzo di Andrea Stefanella, per curiosità, è m’è parso buono per un tema in classe. Ma la classe è altro. Cordialmente ma spigolosamente Vostro, Colletto bianco

  4. ghostdog Says:

    Caro Colletto, ha colto nel segno. Nel precedente commento non mi sono espresso piu’ di tanto perche’ ero curioso di leggerla per primo. Ora che lei ha scritto cio’ che io non posso fare a meno di controfirmare, vorrei sottoporre alla sua attenzione anche la struttura di questo pezzo. La sua estrema rigorosita’ ed ordine. Si apre col racconto -presente- del risveglio nella giornata anniversario; prosegue con la rievocazione di quel -passato-, evocando dei ricordi toccanti e dolorosi col sapiente ausilio del video, si chiude con il rapporto Eurispes e l’apertura verso il -futuro- incerto della terra di Calabria. Un cesello da manuale, se mi permette la sviolinata :D

  5. Alberto Says:

    Brava cara Mf, molto brava. Bel post. E anche scoraggiante, cioè vero. Maledettamente vero. Se guardo attorno vedo tanta rabbia, tanta indignazione. Ma non basta, anzi non serve a nulla, se non è seguita dai fatti che poi sono i comportamenti. Il mostro che divora l’anima di questa terra (e con essa divora il nostro futuro) non si abbatte in una battaglia campale attraverso due eserciti schierati. Al contrario, è una guerra a bassa intensità, combattuta giorno per giorno, ora per ora, nei luoghi della nostra vita quotidiana. La guerra per affermare la civiltà: roba da far tremare i polsi. Non pensare a un’iperbole ma la ‘ndrangheta cominciamo a sconfiggerla ogni volta che decidiamo di non parcheggiare in seconda fila, di rispettare i divieti, di pagare le tasse, di non girare la testa dall’altra parte, di meditare sul nostro voto, di non scendere a facili compromessi, in altre parole, quando decidiamo di vivere da uomini e non da codardi.

    Bonne journée

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