Ricordo di Walter Tobagi

«Amava vivere ma non tanto da tradire la verità per salvare la vita».

Gaspare Barbiellini Amidei

E’ primavera ma fa freddo a Milano, il 28 maggio 1980. Ai bordi delle strade strisce di pioggia, piccoli rivoli d’acqua che riflettono l’immagine capovolta delle auto parcheggiate. Walter Tobagi, giornalista del Corriere della Sera e presidente dell’Associazione Lombarda dei giornalisti, abita in via Solari. Ha 33 anni, una moglie, Maristella, e due figli, Benedetta e Luca. Le lancette sull’orologio segnano le undici e qualcosa quando esce di casa. Col suo ombrello cammina in via Salaino, sul marciapiede bagnato.
walter tobagi

Pioveva poche ore prima quando, dopo il dibattito serale al Circolo della Stampa ed una pizza, si era fermato per un’ora a parlare in macchina sotto casa con Massimo Fini, giornalista anche lui. Erano le due e mezza di notte. Gli aveva parlato di quella sua decisione, presa un mese prima, di abbandonare il filone terroristico. Si sentiva in pericolo. L’ultimo suo articolo sull’argomento era uscito sul Corriere della Sera il 20 aprile. “Non sono samurai invincibili”, il titolo. «Lo sforzo che si deve fare – aveva scritto – è di guardare la realtà nei suoi termini più prosaici, nell’infinita gamma delle sue contraddizioni; senza pensare che i brigatisti debbano essere, per forza di cose, samurai invincibili». Poi aveva smesso di occuparsene.

Ma non era bastato: i terroristi non gli avevano perdonato l’intelligenza dei suoi scritti. La “Brigata 28 marzo”, un’organizzazione terroristica che con l’assassinio di Tobagi sperava di accreditarsi presso le Brigate Rosse, aveva già un piano. L’esecuzione era stata affidata a due persone: una è il leader del gruppo, Marco Barbone; l’altra è Mario Marano.

«Barbone esplode il primo colpo – racconterà Marano nell’aula del processo – e il giornalista Walter Tobagi per una manciata di secondi continua a camminare sulle sue gambe. E’ in quel frangente che Barbone mi dice: “Spara, spara!”, ed esplodo tre colpi in rapida successione. Tobagi ha un momento di sbandamento, fa per appoggiarsi a una macchina ma crolla sulle gambe. È in quel momento che Barbone dice: “Non è morto”, si china anche lui sulle gambe ed esplode un altro colpo». È quello che segna la fine.

Walter Tobagi muore. Il corpo a terra, le scarpe in una pozzanghera. Sua moglie quei colpi li ha sentiti, e tenendo per mano Benedetta, presto arriverà. Arriverà suo padre Ulderico, arriveranno i flash e i taccuini. Arriverà il prete, il poliziotto. Arriverà qualcuno a coprirlo con una tovaglia da ristorante. Arriveranno i processi, i pentitismi e le scarcerazioni.

Arriverà la notizia a Mosca, mentre Vittorio Zucconi, inviato del Corriere della Sera, esce di casa e si infila nella sua macchina che non si mette in moto. «Stavo rassegnandomi ad andare a piedi e a distruggere un altro paio di scarpe nella poltiglia, quando vidi mia moglie corrermi incontro. Era pallida, ma eravamo tutti pallidi alla fine dell’inverno moscovita e non lessi in quel pallore nessun presagio. Batté con l’unghia sul vetro del finestrino per farmelo abbassare. Ha telefonato il giornale, mi disse. E che vogliono quei rompicoglioni? Niente. Volevano solo dirti che hanno ammazzato Walter Tobagi».

Walter Tobagi. Torna in mente «un’aula di scuola con le grandi finestre sporche, un ragazzino di prima liceo classico con la testa troppo grossa e l’abito sempre troppo grigio, una giornata di autunno di diciassette anni prima all’interno del Liceo Ginnasio Giuseppe Parini di Milano», e sulle immagini «il suono di una conversazione dimenticata fino al momento nel quale le tre parole dette da mia moglie, “hanno ammazzato Tobagi”, l’avevano richiamata con la violenza di una colpa. Tobagi Walter, così ci chiamavamo allora, cognome e nome come sul registro di classe, era più giovane di me di due anni. Quando lui era in prima liceo, io ero in terza, e i miei compagni di scuola mi avevano affidato il compito di occuparmi del giornale dei liceo, “La Zanzara”, per la buona ragione che nessun altro voleva occuparsene. Tutti i mesi dovevo dunque trovare gente disposta a scrivere articoli, inchieste, lettere, qualunque cosa servisse a riempire il vuoto di quelle pagine. Mi avevano detto che fra i “bambini” di prima liceo ce n’era uno che sapeva scrivere bene e che sarebbe stato disposto forse a collaborare. Un certo Tobagi Walter». Lo ricorderà nel suo libro Parola di giornalista. «Quando ci ritrovammo al “Corriere” quindici anni dopo mi prendeva ancora in giro: “Direttore,” mi diceva per sfottere “adesso le piacciono i miei articoli?”. Meglio, caro Tobagi, meglio, rispondevo per stare al gioco, ma dobbiamo ancora progredire. Un giorno mi disse: scherzi a parte, è colpa tua se ho fatto il giornalista, sei stato tu ad attaccarmi il vizio al Parini».

«Se toccasse a me – aveva scritto Walter Tobagi sul suo diario nel febbraio del 1979 – la cosa che mi spiacerebbe di più è di non avere trovato il tempo per scrivere una riflessione che spiegasse agli altri, penso a Luca e a Benedetta, il senso di questa mia vita così affannosa». Un senso che forse risiede in ciò che scriverà Gaspare Barbiellini Amidei venticinque anni dopo, il 28 maggio 2005, sul Corriere della Sera: «Morire a trent’anni per aver fatto troppo bene il proprio mestiere, fu destino duro, esemplare. Amava vivere ma non tanto da tradire la verità per salvare la vita».

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3 Risposte to “Ricordo di Walter Tobagi”

  1. ghostdog Says:

    Forse piu’ difficile ancora dei soli due anni di carcere scontati, e’ accettare che Barbone oggi svolga attivita’ per il mondo della stampa, quasi il carnefice avesse preso il posto della sua vittima, e che il quotidiano col quale collabora sia proprio quello fondato da Indro Montanelli, a sua volta gambizzato dalle BR. Amaro raccolto, quello della legislazione “premiale”; follia dello stato in risposta ad altra follia, che piu’ avanti portera’ alla Caporetto della giustizia italiana: il caso Tortora.

  2. mariafrancescacalvano Says:

    E’ agghiacciante. Incredibile. Come può il mondo dell’informazione permettere che accada una cosa del genere? Colui che ammazzò il giornalista Tobagi proprio in quanto giornalista, Marco Barbone reo confesso e pentito, oggi non solo esercita il mestiere che è stato di Tobagi, ma si rivolge al grande pubblico dalle colonne del Giornale. Che tu sappia, ghost, è stato mai discusso il caso?
    A me torna in mente quella puntata di Ballarò alla quale partecipò, tra gli altri, Benedetta Tobagi. Si discusse e si criticò allora la visibilità che gli ex brigatisti e terroristi hanno sui media. A febbraio, tra l’altro, proprio Benedetta Tobagi scrisse una lettera che venne pubblicata dal Sole24Ore col titolo La ribalta degli ex terroristi. L’ex Br Antonini si apprestava a partecipare, invitato, ad una conferenza dal titolo “Gli invincibili”, che si sarebbe tenuta prima dello spettacolo “Chisciotte e gli invincibili”, di Erri De Luca. Antonini invincibile. Tra un po’ diventerà un eroe nazionale, e gli sconfitti saremo tutti noi.

  3. ghostdog Says:

    Mitizzare l’opera di chi ha usato la comoda foglia di fico della politica e delle ideologie per liberare i propri demoni interiori e lasciarli devastare vite e destini, senza un’oncia di umana pieta’, andrebbe evitato con la massima cura. Sono personalmente contro la pena di morte, quindi anche contro la “condanna a morte” civile. Ma prima ci deve essere stata comunque una, come dire.. non la vogliamo chiamare “espiazione”? Chiamiamola “pausa”. E lo scambio tra delazione e riduzione della pena e’ uno scambio osceno che (non a caso) trova la sua massima fioritura ed espressione durante l’epoca dell’inquisizione vaticana del sant’uffizio. Insopportabile e ingiusto. Poi certamente ci sono percorsi e percorsi. Un percorso del tutto diverso, ad esempio, da quello di Barbone, e col quale il Giornale (di cui Barbone e’ appunto collaboratore) ha polemizzato, e’ stato quello di Sergio D’Elia, fondatore e segretario di Nessuno tocchi Caino, ed ex Prima Linea. L’uso di questi differenti pesi e misure; ecco, questo pare davvero molto, molto curioso.

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