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E se quelli che chiedono di abolire l’Ordine avessero ragione? La lettera di Giulio Divo a Franco Abruzzo. E una riflessione personale sul caso Meredith.

25 febbraio 2008

La newsletter di francoabruzzo.it di oggi riporta una lettera del giornalista Giulio Divo del 14 dicembre 2007 che riguarda due fatti di cronaca.

Uno è l’«omicidio di Garlasco» e l’altro la «strage di Erba», entrambi ben noti al pubblico televisivo, ai lettori dei giornali, ai radioascoltatori e agli internauti, visto che tutti i media hanno dato ad essi ampio rilievo, diciamo così.

Divo, contestando «la professionalità di alcuni direttori» e l’«inconsistenza di certe linee editoriali», si domanda «se coloro che chiedono la chiusura dell’Ordine non abbiano ragione», considerato il modo in cui le due tragiche vicende sono state trattate dai media, peccando in entrambi i casi, secondo lui, di incontinenza. Incontinenza di dati privati o irrilevanti, sia penalmente sia giornalisticamente.

Da una parte, c’è la pubblicazione dei colloqui telefonici di Azouz Marzouk, che nella strage ha perso moglie e figlio. Trattandosi di conversazioni private non contenenti elementi penalmente rilevanti ai fini delle indagini sul reato contestatogli (traffico di droga), a parere del giornalista esse non sarebbero dovuto essere pubblicate. A Marzouk, «a seguito di quelle intercettazioni – scrive Giulio Divo – si può contestare solo di avere abusato di cocaina e di non avere alcuna profondità affettiva».

Dall’altra parte, c’è la notizia delle foto hard trovate nel pc di Alberto Stasi, accusato dell’omicidio della fidanzata Chiara Poggi. Un elemento questo che, reso pubblico e centrale nella cronaca della vicenda, serve solamente, per il giornalista, ad «avviare una campagna di stampa colpevolista» nei confronti di Stasi: «Che cosa aggiunge, e cosa toglie, questa notizia, rispetto alla verità processuale? Che genere di utilità ha il fatto in sé, ai fini della cronaca? Non le pare solo un orrendo modo per additare il presunto colpevole al pubblico ludibrio?». L’elemento rilevante era invece un altro, cioè il fatto che «il computer di Stasi sarebbe stato spento per due ore, il che fa crollare il suo alibi».

«Il che è tutto tranne che giornalismo. È pettegolezzo da parrucchiera, chiacchierata da bar. Nient’altro che questo», commenta Divo, concludendo: «Sono francamente stufo di seguire con sempre crescente delusione la piega che sta prendendo la professione. Chiaramente poi si offre il fianco alle critiche di chi non rispetta i giornalisti e ne vorrebbe abolire l’Ordine. E infatti mi chiedo se – valutata la professionalità di alcuni direttori e la inconsistenza di certe linee editoriali – coloro che chiedono la chiusura dell’Ordine non abbiano ragione».

Perché vi ho raccontato tutto questo?

Intanto perché l’argomento è attuale (non a caso, credo, il sito di Franco Abruzzo pubblica la lettera proprio ora che Grillo vuole disOrdinare il giornalismo), e poi perché mi sono trovata a fare una riflessione simile anche in un altro caso di cronaca nera, l’uccisione di Meredith, anche questo stranoto al pubblico.

Pure qui si tratta di come viene confezionata la notizia.

Il 13 novembre 2007 ho aperto, come d’abitudine, il sito del Corriere della Sera. Cliccando su una notizia riguardante l’omicidio di Meredith, mi sono trovata davanti una foto di Raffaele Sollecito, accusato dell’omicidio della studentessa inglese, con un coltellone in mano e imbalsamato come una mummia. Uno spettacolo raccapricciante, non tanto per la fotografia quanto per come essa è stata utilizzata.

Corriere della Sera - Caso Meredith Kercher - Raffaele Sollecito - Niente sangue su scarpe e coltello - 13 novembre 2007

In un articolo così titolato: «Sollecito, niente sangue su coltello e scarpe», quindi tendenzialmente non colpevolista, un’immagine di Sollecito col macete in mano rende un’idea ben diversa del ragazzo. Sicuramente negativa.

E allora rileggiamo Giulio Divo: «Si tratta di questioni pertinenti? O servono solo a mettere in cattiva luce un individuo per via di alcuni comportamenti ambigui che evidentemente disturbano il sentire comune?».

Ai lettori l’ardua sentenza.

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DisOrdine

24 febbraio 2008

Beppe Grillo a Napoli al «monnezza day»:

«Non ce l’ho con i giornalisti precari, con cui sono solidale ma credo che per risolvere il problema occorra abolire l’ordine dei giornalisti».

E poi?

Beppe Grillo e il giorno della monnezza

23 febbraio 2008

Beppe Grillo monnezza day 23 febbraio 2008 Napoli

Leggo sul Corriere della Sera un breve ma significativo articolo sul «monnezza-day» di Beppe Grillo, tenutosi oggi a Napoli.

Avevo immaginato che Grillo e grilletti si munissero di scopa e paletta e si mettessero a spazzare le strade partenopee, oppure che proponessero una soluzione valida per rimediare allo scandalo della spazzatura. Invece leggo che la proposta è quella di non votare e che c’è stata una conferenza stampa.

Ma come una conferenza stampa?

Perché una conferenza stampa se, come afferma Grillo, «tra poco non ci sarà più bisogno dei giornalisti»? Può essere che noi giornalisti presto non saremo più necessari, e lo considero possibile da giornalista e da blogger convinta che il futuro dell’informazione è online; ma perché organizzare una manifestazione «con centinaia di giornalisti», richiamati in piazza Dante a Napoli da «ragazzi senza soldi e senza giornali» che si sono serviti della sola rete? Perché non organizzare invece una conferenza blogger? Che bisogno c’è dei giornalisti?

E poi mi domando: propagandare il non-voto («Non vado a votare e ne sono orgoglioso») e proporre una lista elettorale («Non voglio fare un partito, ma una lista partendo dai comuni e dalle regioni perchè il nostro movimento è fatto di giovani») non sarà un pochetto contraddittorio?

Il giornalismo calabrese e la “casta” di Grillo

15 febbraio 2008

giornali

Mentre Beppe Grillo si dà da fare per organizzare il V2-day, questa volta dedicato alla “casta dei giornali”, io mi domando, e credo di non essere la sola, dove siano i privilegi di questa “casta”.

Parto dalla mia esperienza di giornalista in terra di Calabria per condividere una riflessione su com’è realmente strutturato il sistema dell’informazione, almeno in questa regione.

I quotidiani, che per fortuna non mancano, com’è facile immaginare sono perlopiù contenitori di notizie a carattere locale, che nessuna agenzia di stampa si sognerebbe di battere e che dunque è possibile scovare soltanto andando a cercarsele.

Chi consuma le suole delle scarpe sono dunque i cosiddetti “corrispondenti”, coloro che rivestono l’importante compito di raccontare fatti che riguardano piccole comunità e che dunque sarebbe impossibile recuperare altrove.

Si tratta di un esercito di persone, soprattutto giovani, che scrivono, con tutte le responsabilità civili e penali del caso, in base a collaborazioni pagate in modo miserabile e a volte non retribuite affatto, nonostante i loro articoli vadano a riempire gran parte del menabò e decidano di fatto le vendite dei giornali del mattino dopo.

Inoltre il metodo col quale viene stabilita la retribuzione di molti di loro è quello del “rigaggio”: al collaboratore è riconosciuta per il suo lavoro una (bassissima) quota per riga pubblicata, della quale spesso viene in possesso in tempi biblici. Si immagini a quanto può ammontare il guadagno di un editore quando vende decine, se non centinaia di copie di un quotidiano pagando il suo corrispondente con il profitto della vendita di una copia soltanto.

Provoca quindi una certa amara ilarità sentir parlare di casta, considerato che questo trattamento economico è riservato non solamente ai collaboratori di primo pelo in prova presso una testata, ma anche a chi è iscritto all’Ordine dei giornalisti e ha dietro le spalle anni d’esperienza.

Ma vorrei allargare lo spettro della mia riflessione alle conseguenze che questo sistema comporta sul piano della professione giornalistica, per non parlare di quelle a livello culturale e sociale.

I corrispondenti, rimanendo per definizione confinati nelle loro piccole realtà dalle quali recapitare le notizie, restano divisi dall’ambiente di redazione e quindi non solo dai colleghi coi quali confrontarsi ma anche e soprattutto dai professionisti del giornalismo, da chi è in grado di insegnare loro il mestiere.

Ciò, se da una parte segnala un disinteresse alla formazione di chi pur scrive materialmente il giornale, dall’altra comporta che i tempi in cui un giovane impara i fondamenti del giornalismo diventano molto lunghi in assenza di un maestro, ammesso che si abbia la volontà e la costanza di imparare da sé per altre vie.

Questo muro alzato tra le redazioni e l’enorme esercito dei corrispondenti rappresenta una grave tara sul futuro delle nuove leve del giornalismo e del giornalismo stesso, in particolare di quello calabrese, che finisce per zoppicare, appesantito dalle schiere di “giornalisti ignoranti” e “ignorati”, sottopagati per scrivere senza che sappiano come.

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