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Il giornalismo calabrese e la “casta” di Grillo

15 febbraio 2008

giornali

Mentre Beppe Grillo si dà da fare per organizzare il V2-day, questa volta dedicato alla “casta dei giornali”, io mi domando, e credo di non essere la sola, dove siano i privilegi di questa “casta”.

Parto dalla mia esperienza di giornalista in terra di Calabria per condividere una riflessione su com’è realmente strutturato il sistema dell’informazione, almeno in questa regione.

I quotidiani, che per fortuna non mancano, com’è facile immaginare sono perlopiù contenitori di notizie a carattere locale, che nessuna agenzia di stampa si sognerebbe di battere e che dunque è possibile scovare soltanto andando a cercarsele.

Chi consuma le suole delle scarpe sono dunque i cosiddetti “corrispondenti”, coloro che rivestono l’importante compito di raccontare fatti che riguardano piccole comunità e che dunque sarebbe impossibile recuperare altrove.

Si tratta di un esercito di persone, soprattutto giovani, che scrivono, con tutte le responsabilità civili e penali del caso, in base a collaborazioni pagate in modo miserabile e a volte non retribuite affatto, nonostante i loro articoli vadano a riempire gran parte del menabò e decidano di fatto le vendite dei giornali del mattino dopo.

Inoltre il metodo col quale viene stabilita la retribuzione di molti di loro è quello del “rigaggio”: al collaboratore è riconosciuta per il suo lavoro una (bassissima) quota per riga pubblicata, della quale spesso viene in possesso in tempi biblici. Si immagini a quanto può ammontare il guadagno di un editore quando vende decine, se non centinaia di copie di un quotidiano pagando il suo corrispondente con il profitto della vendita di una copia soltanto.

Provoca quindi una certa amara ilarità sentir parlare di casta, considerato che questo trattamento economico è riservato non solamente ai collaboratori di primo pelo in prova presso una testata, ma anche a chi è iscritto all’Ordine dei giornalisti e ha dietro le spalle anni d’esperienza.

Ma vorrei allargare lo spettro della mia riflessione alle conseguenze che questo sistema comporta sul piano della professione giornalistica, per non parlare di quelle a livello culturale e sociale.

I corrispondenti, rimanendo per definizione confinati nelle loro piccole realtà dalle quali recapitare le notizie, restano divisi dall’ambiente di redazione e quindi non solo dai colleghi coi quali confrontarsi ma anche e soprattutto dai professionisti del giornalismo, da chi è in grado di insegnare loro il mestiere.

Ciò, se da una parte segnala un disinteresse alla formazione di chi pur scrive materialmente il giornale, dall’altra comporta che i tempi in cui un giovane impara i fondamenti del giornalismo diventano molto lunghi in assenza di un maestro, ammesso che si abbia la volontà e la costanza di imparare da sé per altre vie.

Questo muro alzato tra le redazioni e l’enorme esercito dei corrispondenti rappresenta una grave tara sul futuro delle nuove leve del giornalismo e del giornalismo stesso, in particolare di quello calabrese, che finisce per zoppicare, appesantito dalle schiere di “giornalisti ignoranti” e “ignorati”, sottopagati per scrivere senza che sappiano come.

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