Posts Tagged ‘indro montanelli’

Giornalismo con passione

1 marzo 2008

di Rocco Sicoli

Quello che non si doveva dire… una banda bianca a coprire la bocca di Biagi: questa è la copertina del suo ultimo libro (edito da Rizzoli), mentre sulla quarta dominano le parole dell’articolo tre della Costituzione.
enzo biagi - quello che non si doveva dire - rizzoli

Molti, forse troppi, giornalisti oggi pensano che fare informazione sia un’austera sintesi di dati, informazioni, posizioni e razionalità. Pochi intendono la notizia come un atto di ricerca, interiorizzazione e passione verso fatti e lettori. La passione è forse la dote che più manca a gran parte dei giornalisti che oggigiorno vediamo in TV e leggiamo su quotidiani e siti di informazione. Persone conformiste, per lo più, con scarse idee e soprattutto poca voglia di scavare alla ricerca della verità, con il rischio di venire sfrattati. È un male orribile, quasi quanto la mancanza di rispetto verso i lettori/utenti: si bada poco alla sostanza e ancora meno alla forma in nome della passione per i soldi, per il potere, per il successo, per il clamore, per la rivincita, per la politica e per la semplificazione, che non significa mai semplicità e comprensibilità del linguaggio (e per linguaggio, inutile dirlo oggi si intendono parole, grafica ed immagini).

Tutto ciò in nome del rischio zero e di quella che viene fatta passare come una sempre più fervente ricerca della verità oggettiva e razionale, che si tramuta spesso in soggettivismi fin troppo espliciti anche per la gente di strada. Basterebbe la passione che ha portato uomini di 90 anni così diversi come Montanelli e Biagi a rischiare in nome della verità e del bene dei propri lettori.

Due uomini che, seppur con posizioni diametralmente opposte, hanno sempre parlato con la passione che non può generare disonestà, ma solo qualche sprazzo di oggettiva parzialità. Non si può essere giornalisti, ma anche tesserati politici; non si può essere cronisti, ma anche “amici”; non si può essere fidati consiglieri del popolo italiano, ma anche futuri portavoce di quel partito o di quel politico.

Francamente, manca la passione e il rispetto di se stessi, forse ha ragione Biagi quando fa trasparire quella sofferenza che lo ha forgiato interiormente e gli ha consentito di credere in se stesso, nelle proprie idee e capacità, così da non cedere mai alle lusinghe di politici e facoltosi editori e di restare un amico per tutti i suoi lettori; un fido consigliere in grado non di dare opinioni, ma di raccontare i fatti con straordinaria chiarezza e passione per la verità, così che chiunque fosse dall’altra parte potesse formare una propria personale opinione.

Tutti noi che scriviamo, sono certo, dovremmo farlo solo se è una passione, una necessità, un’esigenza e soprattutto se guardando negli occhi i nostri lettori possiamo intravedere una sana soddisfazione, perché la nostra cronaca ricalca effettivamente la realtà ed è stata esposta dopo un’attenta “cura” interiore che ha eliminato fronzoli e dubbi. Forse è proprio questo quello che non si deve dire di un bravo giornalista… ma pensateci bene: quali sono i nomi che non hanno mostrato tutta la loro passionalità per il proprio lavoro (dal giornalismo all’arte, alla politica, all’industria) e che ancora ricordiamo? Biagi, Agnelli, De Gasperi, Pertini, Fortugno, Calipari, Matteotti, Italo Balbo, Senna, De André… Uomini tutti, tutti diversi, tutti con una cosa in comune, la passione per ciò che facevano e la fiducia in se stessi e nelle proprie capacità.

Il giornalista più di ogni altro dovrebbe assomigliare ad una Lupa dantesca, cupido di verità e capace di evitare con la sua forma snella ogni “sirena”, in modo da rappresentare un sano vigilante per la realtà.

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Al buon giornalista bastano 5mila parole

29 febbraio 2008

Se vi capita di desiderare di saper scrivere “difficile”, leggete questa bella pagina del libro La magia della scrittura, a cura di Alessandro Lucchini, editori Sperling&Kupfer. Il virgolettato che riporto appartiene a Paolo Occhipinti:
Alessandro Lucchini, La magia della scrittura, Sperling&Kupfer

«L’arte della divulgazione presuppone uno studio e una cultura approfonditi», dice. «Solo chi conosce bene un tema ed è padrone del vocabolario sa che differenza passa tra una parola comprensibile a tutti e una difficile. Bisogna conoscere 5000 parole per sapere quali sono le 1000 da utilizzare con maggiore frequenza. Nella consapevolezza che quelle 1000 saranno capite dalla quasi totalità dei lettori, Indro Montanelli, che ha collaborato per anni con Oggi, usava poco più di 1000 vocaboli nei suoi articoli: li congegnava in modo tale che anche i concetti sociologici, storici e politici più profondi fossero spiegati con queste 1000 parole.»

«L’uso di parole semplici per esprimere un concetto è un dovere verso chi ci legge. Allo stesso modo in cui se indossi un abito troppo importante puoi mettere in imbarazzo il tuo ospite, così se usi parole troppo difficili metti a disagio il lettore, che dovrà fare sforzi per capirti. Mentre sei tu a dover fare sforzi per spiegarti. L’uso di un numero ristretto di parole risponde all’esigenza di mettere a proprio agio chi legge. Non è vero che usando parole complesse si approfondisce meglio un concetto: lo si può approfondire meglio con una somma di parole semplici che con una parola complicata.»

«C’è sempre dietro l’angolo il rischio di approfittare del proprio ruolo di giornalista, l’ambizione di farsi ritenere colti o intelligenti. Mentre il vero sfoggio di cultura e intelligenza è utilizzare termini e concetti semplici. Sono le regole del giornalismo che noi erroneamente definiamo ‘popolare’, ma che dovremmo definire solamente ‘giornalismo’ perché non esiste un giornalismo ‘impopolare’: il giornale deve essere letto da un grande numero di persone e perciò deve essere didascalico e usare parole semplici. Non a caso i maestri del giornalismo sono maestri di giornalismo popolare.».

Alessandro Lucchini, La magia della scrittura, Sperling&Kupfer, p. 145.