Posts Tagged ‘informazione locale’

Nossignore, non è questo il giornalismo che voglio

13 marzo 2008

La dimensione nella quale vive l’informazione locale comporta regole non scritte per il giornalismo. Visto che i rapporti tra giornalisti e protagonisti dei loro articoli sono di tipo diretto, anche la lettura che questi ultimi ne fanno diventa personale. Così, se scrivo un fatto che riguarda Gustavo, l’articolo è su Gustavo, non sul fatto.
il coraggio di dire

Questo le redazioni per le quali la reazione di Gustavo è determinante lo sanno. E lo applicano in modo che la reazione di Gustavo non intacchi gli interessi del giornale. Gustavo infatti potrebbe adottare una strategia della quale ho già parlato in un altro post: il boicottaggio delle vendite. Lui e i suoi amici insomma decidono di non comprare più il giornale. In alternativa, oppure allo stesso tempo, Gustavo può orientarsi verso il boicottaggio delle pubblicazioni, nel senso che lui e gli amici di prima decidono che a questo giornale non manderanno più i loro preziosi comunicati stampa.

Le armi del boicottaggio sono strumenti che Gustavo e i suoi amici possono dunque usare per condizionare l’operato di un giornalista e quello del suo giornale. Per timore di un calo di euro in cassa o di bucare (Dioceneliberi) una notizia, un giornale può cambiare linea editoriale, omettere informazioni che riguardano Gustavo, dare spazio a Gustavo, eliminare determinati termini che possano dare fastidio a Gustavo, non pubblicare articoli che potrebbero inquietare Gustavo. Gli interessi del giornale ne escono sicuramente tutelati, perché Gustavo e i suoi amici non hanno bisogno alcuno di boicottare né vendite né pubblicazioni. Ma il giornalismo e la sua indipendenza? La libera espressione del giornalismo, aldilà dei mal di pancia, dove va a finire? E gli interessi del lettore, che ha diritto ad un’informazione non condizionata, libera dal giogo di chiunque, chi dovrà curarli, se non il giornale stesso?

Alla stampa innanzitutto toccherebbe, anzi, denunciare condotte mirate a condizionarne l’operato e limitarne la libertà, piuttosto che sottostare ad esse, abbassare la testa, piegare la schiena e andare avanti. Perché il giornalismo, tutto, cresca, e crei un pubblico consapevole.

In un mondo così, può sembrare ingenuo che ciò possa avvenire davvero e credere che così debba essere. Avrò una concezione idealistica del giornalismo. Ma è il giornalismo che vorrei. E rinunciarvi sarebbe la prima e più grande sconfitta.

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Il giornalista nella vasca da bagno

7 marzo 2008

Fare informazione nelle piccole realtà è come nuotare in una vasca da bagno. Nell’acqua, le bracciate causano onde che inevitabilmente finiscono per urtare contro le strette pareti della vasca, per tornare indietro, dove sono nate.

Fuor di metafora, il giornalista che si occupa dal di dentro di fatti che riguardano una comunità ristretta, riceve le reazioni della comunità stessa al suo lavoro senza filtri, senza intermediari. Col suo articolo, egli racconta, e quando serve critica, le vicende della stessa persona che il giorno dopo incontrerà dal fruttivendolo; le scelte politiche del sindaco o dell’assessore che incrocia tutti i giorni nel corridoio del municipio; la condotta dell’operaio comunale che invece di lavorare trascorre il suo tempo con l’amico che frequenta il suo stesso bar; le disavventure giudiziarie del dirigente al quale l’indomani mattina dovrà rivolgersi per la raccolta delle informazioni; e così via.

il giornalista nella vasca da bagno

Il contatto con gli stessi protagonisti delle vicende raccontate, oltre che col pubblico sovrano al quale rendere conto più di ogni altro, è quindi diretto. Perciò il giornalista delle mini-realtà deve essere preparato ai contraccolpi, nel bene e nel male.

Quando le reazioni agli articoli si chiamano elogi e complimenti, niente è più semplice di incassarle: il giornalista non scontenta nessuno e tutti vivono felici e contenti. Certo ci sarebbe da domandarsi se il giornalista ergonomico, progettato per adeguarsi al meglio alle esigenze di comodità altrui, si possa chiamare giornalista; ma questo è un altro discorso. Nei casi in cui invece gli scontenti ci sono, com’è più frequente e più normale che sia, è più difficile parare i colpi. Che prima o poi arrivino è un fatto che il giornalista deve mettere in conto da subito.

Per esempio, c’è chi reagisce ad una notizia scomoda, ad una parola non gradita, ad un’espressione che urta la sua sensibilità, con una più o meno civile dimostrazione di scontentezza; altri scelgono la strada del boicottaggio delle vendite del giornale incriminato, come se fossero gli unici destinatari del quotidiano e non esistesse un pubblico al di fuori di loro; altri si orientano verso il boicottaggio delle pubblicazioni, nel senso che usano il comunicato stampa (nello stile: se nuoci ai miei interessi, ti scordi che te lo trasmetta) come arma da ricatto; altri ancora optano per la querela preventiva, nel senso di azione legale volta a prevenire la pubblicazione di ulteriori informazioni scomode.

In ogni caso, si tratta di iniziative con le quali il giornalista delle piccole realtà viene inevitabilmente in contatto, e che in alcuni casi possono diventare così pressanti da indurlo a farsi ergonomico o a lasciare addirittura il giornalismo. Con buona pace dell’informazione indipendente, anche nei piccoli mondi delle sconfinate province.

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Da Joseph Pulitzer al giornalismo locale, e ritorno

19 febbraio 2008

Joseph Pulitzer

Il sistema dell’informazione locale “su corrispondenza” descritto nel post precedente ha ovvi risvolti culturali, oltre che professionali. «Una stampa cinica e mercenaria, prima o poi, creerà un pubblico ignobile», disse Joseph Pulitzer. Mi viene da pensare che una stampa impreparata a svolgere il delicato compito che le compete arrivi a produrre, prima o poi, lo stesso effetto. 

Mi domando dunque se tale preparazione venga considerata o meno un requisito imprescindibile nel momento in cui un giovane è arruolato nell’esercito dei corrispondenti. Solitamente no, considerato anche che generalmente nessuno si curerà, più in là, della sua formazione professionale, spesso affidata alla sola volontà personale del giovane di imparare il mestiere. In genere basta che egli abiti nel posto giusto al momento giusto, cioè che possa “coprire” una certa area geografica nell’attimo in cui essa rimane “scoperta”, che possa cioè fornire al quotidiano le notizie dalla zona perché nessuno lo fa al suo posto. In fondo, quel che conta è non “bucare” la notizia, come si dice in gergo. Che essa sia qualitativamente valida o meno è un aspetto di second’ordine.

Eppure colui che oggi stende l’articolo che un pubblico relativamente vasto leggerà domani sul giornale assume su di sé tutta la grossa responsabilità che comporta ogni grande potere. Nel caso del giornalista, tale responsabilità consiste quantomeno nel trasmettere un messaggio corretto, completo e imparziale, e una descrizione della realtà che sia più possibile obiettiva. Le parole esatte che egli sceglie nella stesura resteranno indelebili, nero su bianco, scrivendo giorno dopo giorno la storia di un angolo di mondo; ma, già nell’immediato, quella stampata sul giornale per molti è la realtà dei fatti. Siamo sicuri che colui al quale è stato affidato il compito di trasmetterla ai posteri sia cosciente della portata del suo lavoro?

Una stampa impreparata a svolgere il suo compito, spesso digiuna dei fondamenti stessi del lavoro (a causa anche di quell’esilio dagli ambienti professionali del quale si parlava nel post precedente), pur avendo le migliori intenzioni, non si trova nelle condizioni di apportare un contributo di crescita a favore dell’ambiente nel quale opera perché non possiede gli strumenti per farlo. Per esempio, un cronista convinto che il suo lavoro non debba contrastare, laddove invece sarebbe necessario, la volontà del potentino di turno produce un’informazione-zerbino incapace di stimolare una riflessione critica su eventi e condotte e di creare un’opinione pubblica consapevole. Allo stesso modo un corrispondente ignaro delle sue prerogative non potrà utilizzarle perché non sa di possederle, rimanendo imbrigliato in uno sterile inanellare di dati. Lo stesso discorso vale per i limiti che egli è tenuto a rispettare, per le regole deontologiche fissate che sarebbe bene rispettasse: ignorarle significa fare un uso ugualmente improprio della penna. 

Nei casi migliori, l’onestà, la volontà di imparare da sé, la predisposizione personale, il coraggio e, non meno importante, il buon senso arginano i danni che potrebbero derivarne; in quelli peggiori la corretta informazione ne esce inevitabilmente compromessa. Rendendo un pessimo servizio alla società. 

Non bisogna mai dimenticare qual è la vera, e alta, missione dell’informazione, a qualunque livello: quella di apportare un contributo di crescita attraverso la descrizione della realtà e la riflessione critica a riguardo. Un impegno disatteso completamente nel momento in cui si sottovaluta la necessità di una formazione professionale degli operatori dell’informazione e si sceglie quindi di non puntare sulla qualità del loro lavoro. Così facendo, l’esercito dei corrispondenti ignorati dall’arruolamento al congedo continua a costituire il sottobosco dell’informazione, la cui nobile missione è ridotta, in molti casi sprecando veri e propri talenti, ad assicurare alla proprietà editoriale le notizie in pagina e un congruo numero di copie vendute. Qualunque contenuto esse riportino. 

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