Posts Tagged ‘informazione’

Firma anche tu contro il razzismo nell’informazione

1 giugno 2008

I media rispettino il popolo ROM
21 maggio 2008

Negli ultimi giorni abbiamo assistito a una forte campagna politica e d’informazione riguardante il tema dell’immigrazione. Siamo rimasti molto impressionati per i toni e i contenuti di molti servizi giornalistici, riguardanti specialmente il popolo rom. Troppo spesso nei titoli, negli articoli, nei servizi i rom in quanto tali – come popolo – sono stati indicati come pericolosi, violenti, legati alla criminalità, fonte di problemi per la nostra società.

Purtroppo l’enfasi e le distorsioni di questo ultimo periodo sono solo l’epilogo di un processo che va avanti da anni, con il mondo dell’informazione e la politica inclini a offrire un capro espiatorio al malessere italiano.

Singoli episodi di cronaca nera sono stati enfatizzati e attribuiti a un intero popolo; vecchi e assurdi stereotipi sono stati riproposti senza alcuno spirito critico e senza un’analisi reale dei fatti. Il popolo rom è storicamente soggetto, in tutta Europa, a discriminazione ed emarginazione, e il nostro Paese è stato più volte criticato dagli organismi internazionali per la sua incapacità di tutelare la minoranza rom e di garantire a tutti i diritti civili sanciti dalla Costituzione italiana, dalla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali e dalla Dichiarazione universale dei diritti umani.

Siamo molto preoccupati, perché i mezzi di informazione rischiano di svolgere un ruolo attivo nel fomentare diffidenza e xenofobia sia verso i rom sia verso gli stranieri residenti nel nostro Paese. Alcuni lo stanno già facendo, a volte con modalità inquietanti che evocano le prime pagine dei quotidiani italiani degli anni Trenta, quando si costruiva il “nemico” – ebrei, zingari, dissidenti… – preparando il terreno culturale che ha permesso le leggi razziali del 1938 e l’uccisione di centinaia di migliaia di rom nei campi di sterminio nazisti.

Invitiamo i colleghi giornalisti allo scrupoloso rispetto delle regole deontologiche e alla massima attenzione affinché non si ripetano episodi di discriminazione. Chiediamo all’Ordine dei giornalisti di rivolgere un analogo invito a tutta la categoria. Ai cittadini ricordiamo l’opportunità di segnalare alle redazioni e all’Ordine dei giornalisti ogni caso di xenofobia, discriminazione, incitamento all’odio razziale riscontrato nei media.

Promotori:

Lorenzo Guadagnucci, giornalista Firenze (3803906573)
Beatrice Montini, giornalista Firenze (3391618039)
Zenone Sovilla, giornalista Trento (3479305530)

Firma anche tu l’appello dei giornalisti contro il razzismo!

Consiglio anche l’utilizzo del form che il sito mette a disposizione per “segnalare episodi di cattiva informazione sui migranti, simili a quelli stigmatizzati nell’appello che ha dato il via alla campagna”. Chiunque può citare “episodi concreti e circostanze specifiche di servizi giornalistici che alimentano la paura, il razzismo e la violenza”. Come sottolineato, “l’obiettivo non e’ la delazione, ma l’esercizio del ‘consumo critico’ di informazione da parte dei cittadini, affinche’ le redazioni degli organi di informazione non siano soggette solamente alla pressione che arriva dall’alto dei poteri politici, ma anche alla pressione democratica che la societa’ civile e’ in grado di esercitare dal basso”.

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Politico tu, giornalista io

15 marzo 2008

Credo debba esistere un rapporto di reciproco riconoscimento dei ruoli tra giornalista e politico. Come il giornalista accetta che il politico sostenga posizioni proprie, individuali, sia espressione di parte e degli interessi suoi o del suo partito, com’è legittimo e ovvio che faccia, così il politico dovrebbe accettare la posizione autonoma del giornalista rispetto a quella del politico.

intervista

In base alla mia esperienza, posso dire che non sempre è così. Anzi quasi mai. Ho incontrato pochi esempi, da quando faccio questo mestiere, di rispetto del mio ruolo. Rari quelli che sono riusciti a comprendere, o anche solo a sopportare il fatto che fare giornalismo o meglio essere giornalista significa ascoltare, ascoltare, ascoltare e trarne un racconto superiore; significa guardare da un monte la valle sottostante, apprezzarne i rilievi e le case, le luci e i colori, e poi scattare una fotografia dell’insieme, piuttosto che di quella piccola casa su quella piccola collina, o di quella sola luce di molti fili di luci sparsi.

Come il giornalista sa di dover valorizzare i particolari, di dover ascoltare tutte le voci, anche quelle che non condivide, che non può concepire, di dover dare dignità a tutte le affermazioni anche se non gli piacciono, così il politico deve accettare il lavoro del giornalista, il fatto che suo dovere sia quello di fotografare il paesaggio e non il minimo scorcio, quello di non dover sostenere la voce di uno, farsi megafono delle sue idee, ma mantenere una posizione indipendente rispetto ad esse, riportarle e se serve criticarle, smascherarle, denudarle per renderle essenziali e nitide al lettore.

Questo reciproco riconoscimento di dignità è la base sulla quale dovrebbe fondarsi il rapporto tra politico e giornalista. Dovrebbe. E in teoria il politico medio non esita a ripetere che non è assolutamente sua intenzione dire al giornalista come deve fare il suo mestiere, “però.. però capisci che scrivere questo contraddice l’idea che sto portando avanti..”. Era tempo che non mi sentivo dire una cosa del genere, e questa mattina un politico esordiente si è preoccupato di rinfrescarmi le idee.

Allora, se vogliamo che dal giornalista non si pretenda che debba diffondere semplicemente le idee di uno, omettere quelle altrui che potrebbero contraddirle o evitare di dire la verità, probabilmente dovremmo tutti noi giornalisti sostenere con forza e con decisione che non ci si può aspettare questo da noi. Così come il giornalista non si aspetta che il politico medio non parli che per sé o sostenga, legittimamente, le ragioni della sua parte.

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Da Joseph Pulitzer al giornalismo locale, e ritorno

19 febbraio 2008

Joseph Pulitzer

Il sistema dell’informazione locale “su corrispondenza” descritto nel post precedente ha ovvi risvolti culturali, oltre che professionali. «Una stampa cinica e mercenaria, prima o poi, creerà un pubblico ignobile», disse Joseph Pulitzer. Mi viene da pensare che una stampa impreparata a svolgere il delicato compito che le compete arrivi a produrre, prima o poi, lo stesso effetto. 

Mi domando dunque se tale preparazione venga considerata o meno un requisito imprescindibile nel momento in cui un giovane è arruolato nell’esercito dei corrispondenti. Solitamente no, considerato anche che generalmente nessuno si curerà, più in là, della sua formazione professionale, spesso affidata alla sola volontà personale del giovane di imparare il mestiere. In genere basta che egli abiti nel posto giusto al momento giusto, cioè che possa “coprire” una certa area geografica nell’attimo in cui essa rimane “scoperta”, che possa cioè fornire al quotidiano le notizie dalla zona perché nessuno lo fa al suo posto. In fondo, quel che conta è non “bucare” la notizia, come si dice in gergo. Che essa sia qualitativamente valida o meno è un aspetto di second’ordine.

Eppure colui che oggi stende l’articolo che un pubblico relativamente vasto leggerà domani sul giornale assume su di sé tutta la grossa responsabilità che comporta ogni grande potere. Nel caso del giornalista, tale responsabilità consiste quantomeno nel trasmettere un messaggio corretto, completo e imparziale, e una descrizione della realtà che sia più possibile obiettiva. Le parole esatte che egli sceglie nella stesura resteranno indelebili, nero su bianco, scrivendo giorno dopo giorno la storia di un angolo di mondo; ma, già nell’immediato, quella stampata sul giornale per molti è la realtà dei fatti. Siamo sicuri che colui al quale è stato affidato il compito di trasmetterla ai posteri sia cosciente della portata del suo lavoro?

Una stampa impreparata a svolgere il suo compito, spesso digiuna dei fondamenti stessi del lavoro (a causa anche di quell’esilio dagli ambienti professionali del quale si parlava nel post precedente), pur avendo le migliori intenzioni, non si trova nelle condizioni di apportare un contributo di crescita a favore dell’ambiente nel quale opera perché non possiede gli strumenti per farlo. Per esempio, un cronista convinto che il suo lavoro non debba contrastare, laddove invece sarebbe necessario, la volontà del potentino di turno produce un’informazione-zerbino incapace di stimolare una riflessione critica su eventi e condotte e di creare un’opinione pubblica consapevole. Allo stesso modo un corrispondente ignaro delle sue prerogative non potrà utilizzarle perché non sa di possederle, rimanendo imbrigliato in uno sterile inanellare di dati. Lo stesso discorso vale per i limiti che egli è tenuto a rispettare, per le regole deontologiche fissate che sarebbe bene rispettasse: ignorarle significa fare un uso ugualmente improprio della penna. 

Nei casi migliori, l’onestà, la volontà di imparare da sé, la predisposizione personale, il coraggio e, non meno importante, il buon senso arginano i danni che potrebbero derivarne; in quelli peggiori la corretta informazione ne esce inevitabilmente compromessa. Rendendo un pessimo servizio alla società. 

Non bisogna mai dimenticare qual è la vera, e alta, missione dell’informazione, a qualunque livello: quella di apportare un contributo di crescita attraverso la descrizione della realtà e la riflessione critica a riguardo. Un impegno disatteso completamente nel momento in cui si sottovaluta la necessità di una formazione professionale degli operatori dell’informazione e si sceglie quindi di non puntare sulla qualità del loro lavoro. Così facendo, l’esercito dei corrispondenti ignorati dall’arruolamento al congedo continua a costituire il sottobosco dell’informazione, la cui nobile missione è ridotta, in molti casi sprecando veri e propri talenti, ad assicurare alla proprietà editoriale le notizie in pagina e un congruo numero di copie vendute. Qualunque contenuto esse riportino. 

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Il giornalismo calabrese e la “casta” di Grillo

15 febbraio 2008

giornali

Mentre Beppe Grillo si dà da fare per organizzare il V2-day, questa volta dedicato alla “casta dei giornali”, io mi domando, e credo di non essere la sola, dove siano i privilegi di questa “casta”.

Parto dalla mia esperienza di giornalista in terra di Calabria per condividere una riflessione su com’è realmente strutturato il sistema dell’informazione, almeno in questa regione.

I quotidiani, che per fortuna non mancano, com’è facile immaginare sono perlopiù contenitori di notizie a carattere locale, che nessuna agenzia di stampa si sognerebbe di battere e che dunque è possibile scovare soltanto andando a cercarsele.

Chi consuma le suole delle scarpe sono dunque i cosiddetti “corrispondenti”, coloro che rivestono l’importante compito di raccontare fatti che riguardano piccole comunità e che dunque sarebbe impossibile recuperare altrove.

Si tratta di un esercito di persone, soprattutto giovani, che scrivono, con tutte le responsabilità civili e penali del caso, in base a collaborazioni pagate in modo miserabile e a volte non retribuite affatto, nonostante i loro articoli vadano a riempire gran parte del menabò e decidano di fatto le vendite dei giornali del mattino dopo.

Inoltre il metodo col quale viene stabilita la retribuzione di molti di loro è quello del “rigaggio”: al collaboratore è riconosciuta per il suo lavoro una (bassissima) quota per riga pubblicata, della quale spesso viene in possesso in tempi biblici. Si immagini a quanto può ammontare il guadagno di un editore quando vende decine, se non centinaia di copie di un quotidiano pagando il suo corrispondente con il profitto della vendita di una copia soltanto.

Provoca quindi una certa amara ilarità sentir parlare di casta, considerato che questo trattamento economico è riservato non solamente ai collaboratori di primo pelo in prova presso una testata, ma anche a chi è iscritto all’Ordine dei giornalisti e ha dietro le spalle anni d’esperienza.

Ma vorrei allargare lo spettro della mia riflessione alle conseguenze che questo sistema comporta sul piano della professione giornalistica, per non parlare di quelle a livello culturale e sociale.

I corrispondenti, rimanendo per definizione confinati nelle loro piccole realtà dalle quali recapitare le notizie, restano divisi dall’ambiente di redazione e quindi non solo dai colleghi coi quali confrontarsi ma anche e soprattutto dai professionisti del giornalismo, da chi è in grado di insegnare loro il mestiere.

Ciò, se da una parte segnala un disinteresse alla formazione di chi pur scrive materialmente il giornale, dall’altra comporta che i tempi in cui un giovane impara i fondamenti del giornalismo diventano molto lunghi in assenza di un maestro, ammesso che si abbia la volontà e la costanza di imparare da sé per altre vie.

Questo muro alzato tra le redazioni e l’enorme esercito dei corrispondenti rappresenta una grave tara sul futuro delle nuove leve del giornalismo e del giornalismo stesso, in particolare di quello calabrese, che finisce per zoppicare, appesantito dalle schiere di “giornalisti ignoranti” e “ignorati”, sottopagati per scrivere senza che sappiano come.

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