E il criminale nazista si gode la vita

17 giugno 2008

…e uno dei responsabili di tutto questo se ne va allo stadio.

Emeroteca – L’eccezione è la regola

15 giugno 2008

di GIUSEPPE D’AVANZO

Berlusconi è intenzionato a dimostrare che – per governare la crisi italiana, come vuole che noi l’immaginiamo – è costretto per necessità a separare lo Stato dal diritto, la decisione dalla legge, l’ordine giuridico dalla vita. Come se il Paese attraversasse una terra di nessuno. Così critica, oscura e sinistra da rendere urgente e senza alternative un potere di regolamentazione così esteso da modificare e abrogare con decreti le leggi in vigore.

Con il “decreto sicurezza” (alla voce immigrati) e con il “decreto Napoli”, è stato chiaro che Berlusconi intende muoversi in uno “stato di eccezione”. Ha deciso di esercitare il suo potere secondo una tecnica che gli impone di creare – volontariamente e in modo artefatto – una necessità dopo l’altra, giorno dopo giorno, quale che siano le priorità più autentiche e dolorose del Paese. Nonostante quel che si può pensare, infatti, la necessità non è una situazione oggettiva, implica soltanto un giudizio o una valutazione personale. In fondo, sono straordinarie e urgenti soltanto le circostanze definite tali: quel che, come tali, definisce il Cavaliere.

Il quinto consiglio dei Ministri del Berlusconi IV ha dichiarato l’assoluta necessità di ridimensionare l’azione dei giudici; di limitare il diritto di cronaca; di declinare le ragioni dello Stato con l’esibizione, la forza, le armi dell’Esercito. E’ finora il caso più emblematico ed esplicito di quel che abbiamo definito la “militarizzazione della politica”. Non è mai avvenuto in Italia che i soldati fossero chiamati a far fronte all’ordine pubblico o al controllo delle città. Nemmeno nei terribili mesi che seguirono alla morte di Falcone e Borsellino, all’aperta sfida lanciata contro lo Stato dalla Cosa Nostra di Totò Riina. In quell’occasione, l’Esercito si limitò a proteggere, con “posti fissi”, gli edifici pubblici e i luoghi “sensibili” liberando dall’impegno non investigativo le forze di polizia. La decisione del governo di “parificare” 2.500 soldati “agli agenti di pubblica sicurezza” con “compiti di pattugliamento e perlustrazione” delle città inaugura una nuova, inedita stagione. Evocando ragioni (necessità) di “ordine pubblico” e “sicurezza” avvicina, sovrappone il diritto alla violenza. Assegnata all’Esercito, altera il suo segno la funzione amministrativa della polizia, chiamata a rendere esecutivo il diritto. Quella funzione e presenza si fa intimidazione. Non solo per chi trasgredisce, ma per tutti coloro che non credono “democratico” che il governo sostenga le sue decisioni con la violenza.

Nello slittamento del legittimo esercizio del potere verso un arbitrario diritto della forza, come non avvertire il rischio che chiunque dissenta sia considerato un “criminale” perché avversario di una “decisione assoluta” che sola può assicurare la “governabilità” e l’uscita dalla crisi? Non è questa l’idea politica, il paradigma di governo, addirittura il fondo sublogico che consiglia a Berlusconi di intervenire anche contro la magistratura limitando l’uso delle intercettazioni o contro l’informazione, promettendo il carcere a chi pubblica il testo o il riassunto di “un ascolto”?

Magistratura e informazione, i due ordini che, in un’equilibrata architettura di checks and balances, sono le istituzioni di controllo dei poteri, diventano in questo quadro i pericolosi agenti attivi e degenerati del declino da affrontare. “Nemici”, perché impediscono al sovrano di governare, perché sorvegliano le sue decisioni e quella vigilanza è un ostacolo che crea uno status necessitatis, l’urgenza di un provvedimento legislativo che Berlusconi avrebbe voluto con immediata forza di legge. E’ stato costretto a una marcia indietro dal capo dello Stato e, dalla Lega, a una correzione che autorizza le intercettazioni anche per i reati contro la pubblica amministrazione. Ma il disegno di legge, se non sarà corretto in Parlamento, dissemina l’iter investigativo e la sua efficacia di intralci, intoppi, legacci, esclusioni, vuoti, bizzarri obblighi (se l’indagato è un vescovo bisognerà avvertire il segretario di Stato vaticano, cioè il ministro di un altro Stato).

Sono ostacoli che salvaguardano le pratiche più spregiudicate dei colletti bianchi, rendono più fragile la sicurezza dei più deboli, senza proteggere davvero alcuna privacy. I corifei del sovrano diffondono numeri farlocchi sul passato, mai spiegano perché non chiudono le falle nella rete dei gestori di telefonia, venute alle luce con l’affare Telecom. Né svelano all’opinione pubblica come e se daranno mai conto dell’uso delle “intercettazioni preventive” che oggi, al di fuori del processo penale e di ogni tipo di controllo giurisdizionale, possono essere effettuate dalle polizie e, dal 2005, anche dai servizi segreti su delega del presidente del Consiglio con l’autorizzazione del procuratore presso la Corte d’Appello.

Non è la privacy del cittadino che interessa a Berlusconi. Gli interessa soltanto la sua privacy e la sua immagine, l’annullamento di un paio di conversazioni con Agostino Saccà, l’oblio di altre in cui di lui si parla. Intende creare una sorta di “diritto positivo della crisi” che impone al giudice di che cosa occuparsi in ossequio alla funzionalità della decisione politica, presentata come necessaria e univoca. Vuole giornalisti silenziosi, intimiditi dalla minaccia del carcere. Vuole editori spaventati dalle possibili, gravi penitenze economiche.

Il soldato come questurino, il giudice come chierico, il giornalista come laudatore sono le tre figure di una scena politica che minaccia di trasformare radicalmente la struttura e il senso della nostra forma costituzionale. Sono i fantasmi di un tempo sospeso dove il governo avrà più potere e il cittadino meno diritti, meno sicurezza, meno garanzie.

(14 giugno 2008)

da Repubblica

La collina dei fuochi fatui

13 giugno 2008

Dentro la busta gialla e rettangolare che trovo distesa sulla scrivania, al mio ritorno a casa, c’è La collina dei fuochi fatui. Un libro col titolo in blu e due fasce rosse che corrono lungo i bordi verticali per congiungersi solo in fondo alla copertina, tramite quella scia informe di sangue ch’è l’unica nota di colore di un bellissimo disegno di Tanino Liberatore. Sì, sangue. Perché quella raccontata in questo libro è una storia di guerra e di morte, ricordata sui libri come l'”eccidio di Cefalonia”: una strage immane. Sull’isola greca, nel settembre 1943, migliaia di italiani morirono ammazzati dai tedeschi per l’ansia di punire quei “traditori” che avevano firmato l’armistizio con gli anglo-americani.

Ma, inaspettatamente, questa è anche una storia di salvezza, di buona sorte, di vita. Ed è, sebbene nota, una storia mai raccontata. Mai raccontata così come lo fa l’autore, Emiliano D’Alessandro. la collina dei fuochi fatui - emiliano d'alessandro Tutto ciò che dobbiamo sapere dal punto di vista storico a proposito di quei terrificanti giorni sull’isola, che per la Divisione Acqui saranno gli ultimi, si può ritrovare nelle pagine de La collina di Cefalonia, ma soltanto tra le righe di un libro che è soprattutto un diario. Quello di un uomo, Salvatore Di Rado, che, ormai novantenne, racconta ad un giovane giornalista come la sua vita finì per finzione a Cefalonia il 21 settembre 1943.

Lui, morto fucilato per tutti, per i tedeschi innanzitutto, che l’avevano messo in fila con i suoi compagni italiani davanti al plotone d’esecuzione e gli avevano sparato. Quella pallottola che, nelle primissime pagine, vediamo fendere l’aria, nella descrizione al rallentatore dei pensieri di Salvatore Di Rado un istante prima degli spari, avrebbe dovuto penetrare il suo torace. Un’altra avrebbe dovuto colpirlo alla testa, e allora sarebbe stata davvero la fine. Due colpi sparati dai fucili dei tedeschi, puntati contro bersagli inermi come al luna park, annientarono infatti l’intera Divisione Acqui. Morirono tutti i suoi soldati. Morì l’omone al fianco di Salvatore Di Rado, il martire senza nome che, con la sua stessa enorme stazza, gli fece involontariamente da scudo, salvandolo dalle pallottole dei tedeschi. Morirono tutti, attorno. Ma non lui.

Salvatore Di Rado muore sì, ma per finta. Riverso sui cadaveri dei compagni, ufficialmente è morto. E morire senza morire significa aver salva la vita. Significa fuggire, lasciare quel posto di morte rimanendo ancorato all’esistenza, significa sporcarsi gli stivali, sentire caldo, freddo, fame, sete, il dolore di una ferita. Significa vivere e, soprattutto, diventare un testimone. Poter raccontare ciò ch’è stato, sessant’anni dopo. E la penna che raccoglierà i ricordi apparterrà ad Emiliano D’Alessandro.

L’autore avverte il peso della storia che ha tra le mani. Raccontare e leggere questa vicenda individuale e insieme collettiva, singola nel suo carattere universale, unica e globale, significa aprire uno scrigno che sarebbe dovuto rimanere sigillato per sempre, nascosto in eterno sotto la terra che copriva i martiri di Cefalonia, sotto la cenere dei loro corpi bruciati. Significa conoscere e prendere coscienza di un orrore inconcepibile come lo è ogni massacro, recuperare una pagina strappata dal libro della memoria della quale non sarebbe dovuta rimanere traccia ma che, inaspettatamente, miracolosamente, finisce per emergere dalla storia. Ed Emiliano D’Alessandro sceglie consapevolmente di farsene testimone: egli s’avvicina alla storia di quell’uomo consumato dal tempo e dal dolore con lo spirito di giornalista e finisce per trascrivere le sue parole con l’animo di uomo.

L’atmosfera della narrazione è quella intimistica, delicata del ricordo. Salvatore ed Emiliano ne vivono i momenti più drammatici e più dolorosi davanti al fuoco calante del caminetto di casa di Salvatore. Trascorsi pomeriggio e sera a raccontare, i due si ritrovano a parlare in piena notte, fumando un sigaro nella calda calma domestica. In un dialogo mai interrotto, il vecchio e l’autore ripercorrono insieme per ore gli eventi vissuti a Cefalonia. E a me, lettrice, pare di sedere davanti a quel caminetto, ai piedi di quell’uomo e della sua storia. Nelle parole di Salvatore il terrore davanti al plotone d’esecuzione, lo stupore della salvezza insperata, la fuga dalla morte. E poi l’angoscia della solitudine, il sollievo dell’incontro, la meraviglia di sapere che un altro soldato italiano è scampato incredibilmente alla morte, esattamente come lui, e che porta il suo stesso nome: Salvatore. E poi di nuovo la fuga, il dolore. E infine la vita, il lavoro. L’amore per Maria.

Una storia così straordinaria, la sua, che, se non fosse accaduta realmente, sembrerebbe la trama di un romanzo, e quella di Emiliano D’Alessandro narrativa fantasiosa. Invece il libro è un album di vecchie fotografie, una scatola di ricordi di ciò ch’è realmente stato, sessantacinque anni fa. E l’autore consegna questa storia, vivida e vera, alla memoria di noi tutti. Nonostante la tragedia non mi riguardi se non come italiana, devo confessare che è stato difficile andare avanti con la lettura e provare ad immaginare, via via, la rabbia, il dolore, l’impotenza che può aver provato un uomo nel vivere quegli eventi in prima persona. Tuttavia l’autore mi ha letteralmente trascinata nella storia, con una prepotenza tale da costringermi a leggerla in una sera, tutta d’un fiato. E a non dimenticarla.

La Repubblica, una e indivisibile

2 giugno 2008

C’è qualcosa che non torna. E ciò mi irrita alquanto.

1 giugno, Pontida, profondo nord. Umberto Bossi, ministro delle Riforme.

«O si fa il federalismo o si muore».

«Ci sono centinaia di migliaia di uomini, forse milioni, disposti a lanciarsi nella mischia per conquistare la libertà contro il centralismo italiano».

«Vogliamo percorrere la via pacifica alle riforme e sappiamo bene che l’alternativa sarebbe solo una sollevazione popolare».

«Ma guai a cercare di ingannarci: nell’ombra i nostri si stanno preparando. Anzi, sono già pronti a balzare fuori per conquistarsi con le proprie mani la civiltà. Non vogliamo più subire il federalismo. Lo faremo. Oppure sarete voi a farlo, nelle piazze».

«Rimpiangeranno di non averci dato quello che chiedevamo».
«Oggi dovete avere coscienza del fatto che la libertà della Padania arriverà. Un giorno quando saremo liberi potremo spiegare ai nostri figli che eravamo stati schiavi. Ma Dio non ci ha creati schiavi di Roma, siamo nati liberi e quindi torneremo ad esserlo».

«Roma ladrona la Lega non perdona».

«Preparatevi: se sarò in difficoltà basterà un cenno e dovrete venire a centinaia di migliaia, incazzati neri, per far sapere al Parlamento qual è davvero la volontà popolare».

giorgio napolitano presidente della repubblica festa della repubblica 2 giugno 2008 discorso

2 giugno, Roma, profondo centro. Giorgio Napolitano, presidente della Repubblica.

«Su quali basi un rinnovato sforzo della nostra comunità nazionale debba poggiare, lo dicono i principi e gli indirizzi della Costituzione che la Repubblica si diede sessant’anni fa, in meno di due anni dal referendum e dalle elezioni del giugno 1946. Ma non posso tacere la mia preoccupazione, in questo momento, per il crescere di fenomeni che costituiscono invece la negazione dei principi e valori costituzionali: fenomeni di intolleranza e di violenza di qualsiasi specie, violenza contro la sicurezza dei cittadini, le loro vite e i loro beni, intolleranza e violenza contro lo straniero, intolleranza e violenza politica, insofferenza e ribellismo verso legittime decisioni dello Stato democratico».

«Chiedo a quanti, cittadini e istituzioni, condividano questa preoccupazione, di fare la loro parte nell’interesse generale, per fermare ogni rischio di regressione civile in questa nostra Italia, che sente sempre vive le sue più profonde tradizioni storiche e radici umanistiche. Costruiamo insieme un costume di rispetto reciproco, nella libertà e nella legalità, mettiamo a frutto le grandi risorse di generosità e dinamismo che l’Italia mostra di possedere».

«L’Italia avrebbe bisogno di un forte impegno e slancio comune» per far «rinascere il Paese in un clima di libertà, attraverso uno sforzo straordinario di solidarietà e unità».

«Non possiamo permetterci di fare un passo indietro».

«L’Italia, divenuta un Paese altamente sviluppato avrebbe bisogno di uno sforzo simile, per la complessità dei problemi che sono dinanzi alla società e allo Stato, in un mondo profondamente mutato».

«Riuscimmo in quegli anni lontani a risalire dall’abisso della guerra voluta dal fascismo e a guadagnare il nostro posto tra le democrazie occidentali».

Ps: Chi si è perso lo spot elettorale della Lega Nord per le elezioni politiche 2008?

Firma anche tu contro il razzismo nell’informazione

1 giugno 2008

I media rispettino il popolo ROM
21 maggio 2008

Negli ultimi giorni abbiamo assistito a una forte campagna politica e d’informazione riguardante il tema dell’immigrazione. Siamo rimasti molto impressionati per i toni e i contenuti di molti servizi giornalistici, riguardanti specialmente il popolo rom. Troppo spesso nei titoli, negli articoli, nei servizi i rom in quanto tali – come popolo – sono stati indicati come pericolosi, violenti, legati alla criminalità, fonte di problemi per la nostra società.

Purtroppo l’enfasi e le distorsioni di questo ultimo periodo sono solo l’epilogo di un processo che va avanti da anni, con il mondo dell’informazione e la politica inclini a offrire un capro espiatorio al malessere italiano.

Singoli episodi di cronaca nera sono stati enfatizzati e attribuiti a un intero popolo; vecchi e assurdi stereotipi sono stati riproposti senza alcuno spirito critico e senza un’analisi reale dei fatti. Il popolo rom è storicamente soggetto, in tutta Europa, a discriminazione ed emarginazione, e il nostro Paese è stato più volte criticato dagli organismi internazionali per la sua incapacità di tutelare la minoranza rom e di garantire a tutti i diritti civili sanciti dalla Costituzione italiana, dalla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali e dalla Dichiarazione universale dei diritti umani.

Siamo molto preoccupati, perché i mezzi di informazione rischiano di svolgere un ruolo attivo nel fomentare diffidenza e xenofobia sia verso i rom sia verso gli stranieri residenti nel nostro Paese. Alcuni lo stanno già facendo, a volte con modalità inquietanti che evocano le prime pagine dei quotidiani italiani degli anni Trenta, quando si costruiva il “nemico” – ebrei, zingari, dissidenti… – preparando il terreno culturale che ha permesso le leggi razziali del 1938 e l’uccisione di centinaia di migliaia di rom nei campi di sterminio nazisti.

Invitiamo i colleghi giornalisti allo scrupoloso rispetto delle regole deontologiche e alla massima attenzione affinché non si ripetano episodi di discriminazione. Chiediamo all’Ordine dei giornalisti di rivolgere un analogo invito a tutta la categoria. Ai cittadini ricordiamo l’opportunità di segnalare alle redazioni e all’Ordine dei giornalisti ogni caso di xenofobia, discriminazione, incitamento all’odio razziale riscontrato nei media.

Promotori:

Lorenzo Guadagnucci, giornalista Firenze (3803906573)
Beatrice Montini, giornalista Firenze (3391618039)
Zenone Sovilla, giornalista Trento (3479305530)

Firma anche tu l’appello dei giornalisti contro il razzismo!

Consiglio anche l’utilizzo del form che il sito mette a disposizione per “segnalare episodi di cattiva informazione sui migranti, simili a quelli stigmatizzati nell’appello che ha dato il via alla campagna”. Chiunque può citare “episodi concreti e circostanze specifiche di servizi giornalistici che alimentano la paura, il razzismo e la violenza”. Come sottolineato, “l’obiettivo non e’ la delazione, ma l’esercizio del ‘consumo critico’ di informazione da parte dei cittadini, affinche’ le redazioni degli organi di informazione non siano soggette solamente alla pressione che arriva dall’alto dei poteri politici, ma anche alla pressione democratica che la societa’ civile e’ in grado di esercitare dal basso”.

Ricordo di Walter Tobagi

29 maggio 2008

«Amava vivere ma non tanto da tradire la verità per salvare la vita».

Gaspare Barbiellini Amidei

E’ primavera ma fa freddo a Milano, il 28 maggio 1980. Ai bordi delle strade strisce di pioggia, piccoli rivoli d’acqua che riflettono l’immagine capovolta delle auto parcheggiate. Walter Tobagi, giornalista del Corriere della Sera e presidente dell’Associazione Lombarda dei giornalisti, abita in via Solari. Ha 33 anni, una moglie, Maristella, e due figli, Benedetta e Luca. Le lancette sull’orologio segnano le undici e qualcosa quando esce di casa. Col suo ombrello cammina in via Salaino, sul marciapiede bagnato.
walter tobagi

Pioveva poche ore prima quando, dopo il dibattito serale al Circolo della Stampa ed una pizza, si era fermato per un’ora a parlare in macchina sotto casa con Massimo Fini, giornalista anche lui. Erano le due e mezza di notte. Gli aveva parlato di quella sua decisione, presa un mese prima, di abbandonare il filone terroristico. Si sentiva in pericolo. L’ultimo suo articolo sull’argomento era uscito sul Corriere della Sera il 20 aprile. “Non sono samurai invincibili”, il titolo. «Lo sforzo che si deve fare – aveva scritto – è di guardare la realtà nei suoi termini più prosaici, nell’infinita gamma delle sue contraddizioni; senza pensare che i brigatisti debbano essere, per forza di cose, samurai invincibili». Poi aveva smesso di occuparsene.

Ma non era bastato: i terroristi non gli avevano perdonato l’intelligenza dei suoi scritti. La “Brigata 28 marzo”, un’organizzazione terroristica che con l’assassinio di Tobagi sperava di accreditarsi presso le Brigate Rosse, aveva già un piano. L’esecuzione era stata affidata a due persone: una è il leader del gruppo, Marco Barbone; l’altra è Mario Marano.

«Barbone esplode il primo colpo – racconterà Marano nell’aula del processo – e il giornalista Walter Tobagi per una manciata di secondi continua a camminare sulle sue gambe. E’ in quel frangente che Barbone mi dice: “Spara, spara!”, ed esplodo tre colpi in rapida successione. Tobagi ha un momento di sbandamento, fa per appoggiarsi a una macchina ma crolla sulle gambe. È in quel momento che Barbone dice: “Non è morto”, si china anche lui sulle gambe ed esplode un altro colpo». È quello che segna la fine.

Walter Tobagi muore. Il corpo a terra, le scarpe in una pozzanghera. Sua moglie quei colpi li ha sentiti, e tenendo per mano Benedetta, presto arriverà. Arriverà suo padre Ulderico, arriveranno i flash e i taccuini. Arriverà il prete, il poliziotto. Arriverà qualcuno a coprirlo con una tovaglia da ristorante. Arriveranno i processi, i pentitismi e le scarcerazioni.

Arriverà la notizia a Mosca, mentre Vittorio Zucconi, inviato del Corriere della Sera, esce di casa e si infila nella sua macchina che non si mette in moto. «Stavo rassegnandomi ad andare a piedi e a distruggere un altro paio di scarpe nella poltiglia, quando vidi mia moglie corrermi incontro. Era pallida, ma eravamo tutti pallidi alla fine dell’inverno moscovita e non lessi in quel pallore nessun presagio. Batté con l’unghia sul vetro del finestrino per farmelo abbassare. Ha telefonato il giornale, mi disse. E che vogliono quei rompicoglioni? Niente. Volevano solo dirti che hanno ammazzato Walter Tobagi».

Walter Tobagi. Torna in mente «un’aula di scuola con le grandi finestre sporche, un ragazzino di prima liceo classico con la testa troppo grossa e l’abito sempre troppo grigio, una giornata di autunno di diciassette anni prima all’interno del Liceo Ginnasio Giuseppe Parini di Milano», e sulle immagini «il suono di una conversazione dimenticata fino al momento nel quale le tre parole dette da mia moglie, “hanno ammazzato Tobagi”, l’avevano richiamata con la violenza di una colpa. Tobagi Walter, così ci chiamavamo allora, cognome e nome come sul registro di classe, era più giovane di me di due anni. Quando lui era in prima liceo, io ero in terza, e i miei compagni di scuola mi avevano affidato il compito di occuparmi del giornale dei liceo, “La Zanzara”, per la buona ragione che nessun altro voleva occuparsene. Tutti i mesi dovevo dunque trovare gente disposta a scrivere articoli, inchieste, lettere, qualunque cosa servisse a riempire il vuoto di quelle pagine. Mi avevano detto che fra i “bambini” di prima liceo ce n’era uno che sapeva scrivere bene e che sarebbe stato disposto forse a collaborare. Un certo Tobagi Walter». Lo ricorderà nel suo libro Parola di giornalista. «Quando ci ritrovammo al “Corriere” quindici anni dopo mi prendeva ancora in giro: “Direttore,” mi diceva per sfottere “adesso le piacciono i miei articoli?”. Meglio, caro Tobagi, meglio, rispondevo per stare al gioco, ma dobbiamo ancora progredire. Un giorno mi disse: scherzi a parte, è colpa tua se ho fatto il giornalista, sei stato tu ad attaccarmi il vizio al Parini».

«Se toccasse a me – aveva scritto Walter Tobagi sul suo diario nel febbraio del 1979 – la cosa che mi spiacerebbe di più è di non avere trovato il tempo per scrivere una riflessione che spiegasse agli altri, penso a Luca e a Benedetta, il senso di questa mia vita così affannosa». Un senso che forse risiede in ciò che scriverà Gaspare Barbiellini Amidei venticinque anni dopo, il 28 maggio 2005, sul Corriere della Sera: «Morire a trent’anni per aver fatto troppo bene il proprio mestiere, fu destino duro, esemplare. Amava vivere ma non tanto da tradire la verità per salvare la vita».

Capaci, sedici anni dopo

23 maggio 2008

Stamattina mi sono svegliata, contrariamente alle mie pigri abitudini, di buon’ora. Sette e ventotto sull’orologio e sono già china sulla macchina del caffé. Intanto RaiNews24 sfoglia le prime pagine dei giornali, legge titoli, vignette. Una, sull’Espresso, ironizza sul governo ombra. Sorrido. La Padania ringrazia Maroni di cuore: mi fa sorridere di meno. Ma, contrariamente al solito, dopo la rassegna stampa la rete non trasmette un’intervista. Oggi c’è un’inchiesta, e riguarda la strage di Capaci. Giusto, l’anniversario.

Resto col cucchiaino colmo di caffé a mezz’aria. Ogni volta che sullo schermo scorrono quelle immagini non sono capace di staccare gli occhi dalla tv. Le auto scaraventate lontano come sassolini, schiacciate, squassate. I passi della gente, le voci siciliane. L’obiettivo della telecamera che, sormontando mucchi di materiale, disegna parabole. Non è una fiction, con quelle inquadrature dritte, fotografiche, perfette. L’obiettivo osserva la scena della strage con movenze inquiete. L’occhio digitale guarda ogni cosa. Sopra le auto, sotto le auto, intorno alle auto. Le riprese dall’alto.

strage di capaci

Sembra campagna, quella terra marrone e divelta. Sembra un campo coltivato calpestato da un gigante. Invece è la strada che collega Trapani a Palermo. Siamo all’altezza di Capaci. Lo dice il segnale stradale che dall’alto indica il luogo della strage. E diviene epigrafe sulla tomba di Giovanni Falcone, di sua moglie Francesca Morvillo e degli agenti della sua scorta. Saltati su cinquecento chili di tritolo il 23 maggio 1992 per mano di Giovanni Brusca. Per volere della mafia.

Tra gli agenti della scorta c’era Vito Schifani, poliziotto. Gli hanno intitolato lo Stadio delle Palme di Palermo, nel settembre del 2007. Dalla strage al tributo sono trascorsi quindici anni. Troppi. Tanti quanti ne aveva l’anno scorso suo figlio Manù: la mafia gli ha concesso l’amore di un padre per soli quattro mesi.

Mi collego ad Internet e leggo che l’anno scorso sua madre Rosaria l’ha portato a Palermo. Rosaria non è uno dei tanti parenti senza volto delle vittime di mafia. Rosaria è la stessa donna che lanciò quell’appello agli «uomini della mafia» trasmesso mille volte dalle televisioni: «Io vi perdono, però voi dovete mettervi in ginocchio. Dovete avere il coraggio di cambiare, ma voi non cambiate».

Per lei, tornare nella terra del sangue e delle lacrime è un calvario. A Palermo qualcuno ricorda il suo volto, ma «gli uomini non si avvicinano. Contorti come i vicoli. Hanno paura, incontrandomi, fermandosi e parlando, di dare l’impressione di pensarla come me. E allora tanti fingono di non vedermi: meglio non averci a che fare. E gli sguardi mi attraversano come fossi trasparente. Ma non dovrebbe essere il contrario? Dovrei essere io a non volere avere a che fare con loro».

Cos’è cambiato, allora, in quindici anni? L’asfalto è saltato sotto i piedi della Giustizia, ma la Giustizia non è ancora riuscita a far saltare in aria la mafia. L’ha graffiata. «Poteva cambiare tutto. Ma lo Stato si è fermato. I magistrati hanno ripreso a litigare fra loro. Divisi fra amici di Grasso e amici di Caselli. Ancora? Basta. Come ai tempi di Falcone. Senza mai riconoscere i meriti di chi lavora davvero. Sono contenta per tante inchieste che hanno fatto scoprire dei traditori pure all’interno dell’apparato investigativo. Ma non basta. Lo Stato s’è fermato troppe volte. Perché lo Stato ha paura di guardarsi dentro». Ancora. «Sciolsero il Gruppo Stragi quando ancora stavano lavorando sui mandanti occulti di Capaci e via D’Amelio. E’ come se lo Stato avesse voluto interrompere quel lavoro».

23 maggio 2008, oggi. Leggo ancora su Internet che il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha scritto una lettera a Maria Falcone, sorella di Giovanni Falcone: «Le immagini della strage restano incancellabili nella memoria degli italiani e rinnovano l’angoscia e l’allarme di quel giorno, in cui la mafia colpì un magistrato di eccezionale talento e coraggio». E poi: «L’impegno e la partecipazione di allora non possono subire flessioni. Non è consentito ridurre il livello di attenzione». Attenzione. Tenere alta la guardia. Lo Stato c’è, ed è vigile.

Già. Lo Stato.

Esco. Vado in edicola a prendere il giornale. Calabria Ora, pagina 6. La lettura mi riporta in Calabria. A quattrocento chilometri a nord di Palermo, oltre lo Stretto di Messina, risalendo la regione, c’è il capoluogo e c’è il magistrato Gerardo Dominijanni. Un altro che la ‘ndrangheta voleva (vorrebbe?) far saltare in aria con la sua scorta. Si occupa di Catanzaro e di Lamezia Terme. Lo fa da solo, e solo si sente. Il Rapporto «’Ndrangheta Holding» di Eurispes del 21 maggio ha confermato «quello che da otto anni denuncio in tutte le sedi e cioè l’insufficienza di un solo magistrato che deve fronteggiare la criminalità organizzata nella provincia di Catanzaro», «un territorio che ha un indice di permeabilità (della criminalità organizzata, ndR) pari alla metà di tutto il territorio reggino dove lavorano 12 magistrati. Ancora – dice – si fa finta di non vedere».